La nostra gatta si chiama Frida. Questo nonostante il mio fermo parere contrario. Il mio nome per le gatte è Maolì, vecchio e collaudato. Visto che gli umani trovano necessario dare un nome ai gatti, esigenza che i gatti per conto loro non avvertono, io penso che debba avere un suono non del tutto alieno alla loro percezione identitaria. Secondo me Frida suona al fine udito di una gatta come l’allarmante presenza di una serpe. Tant’è, le donne hanno imposto il nome di quella sciagurata Frida Kahlo dalla tragica vicenda umana e artistica che tanto le commuove, e questo nella sbadata convinzione che l’indomita intraprendenza e la selvatica genialità della signora Kahlo apparivano confacenti alla personalità che la gatta dava mostra di maturare già nella sua prima cucciolità.
Gli umani che amano gli animali non amano gli animali, ma bramano prolassare il loro io fin dentro il regno animale. Questo è quello che dico io. Sta di fatto che la nostra gatta, già al suo quinto mese di vita, si è beccata una bella tranvata da un trattore che l’ha lasciata un mese buono immobilizzata nel suo giaciglio tra la vita e la morte, con l’esito di un bacino sconnesso e una colonna scompigliata. Tale e quale la famosa artista. E parimenti alla sfortunatissima signora, ciò l’ha condotta a un devastante parto prematuro, con la perdita dei cuccioli e la sterilizzazione forzata. A ciò conduce la vanità degli umani e la loro mania di costruttori di destini, che, guarda un po’, tendono a rivelarsi infausti.
Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2014