Febbre d’Europa a Roma. Ieri, il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz s’è fatto campagna per la presidenza della Commissione europea, presentando in Campidoglio un suo libro; oggi, Alternativa Europea ha riproposto alla Sapienza la sua proposta di “Un sindaco per l’Europa”, con un coro di voci tra Lazio e Unione; e, domani, l’Ecfr presenta la sua pagella della politica estera europea, di cui abbiamo già parlato perché l’Italia vi fa, da un anno all’altro, un balzo in avanti.

A fare da colonna sonora a tutti questi eventi, l’Eurobarometro sull’atteggiamento degli Italiani verso l’Europa: un sondaggio che dà risultati più schizofrenici che mai, l’Unione piace di meno, ma molti, la maggioranza, ne vogliono di più.

A leggere l’agenda, uno potrebbe immaginarsi che le elezioni europee del 25 maggio già calamitino l’attenzione degli italiani, o almeno dei romani. Anche se non è così: c’è il dubbio che gli eventi Ue ci facciano da foglia di fico, mentre stiamo qui tutti a chiederci a chi telefonerà Giuseppe Cruciani questa sera (e fingendosi chi?), per fare saltare un altro ministro della squadra di Matteo Renzi che (ancora) non c’è.

Però, è indubbio che la corsa alla presidenza della Commissione, con i partiti europei che designano i loro campioni, aggiunge un po’ di pepe alla competizione elettorale del prossimo maggio, di per sé già meno scipita delle precedenti per quel dibattito sull’antitesi tra “l’Europa che c’è” e “l’Europa che vorremmo”, che è poi un modo ottimista di leggere l’antitesi tra chi vuole l’Unione e chi non la vuole.

L’Eurobarometro dice del disorientamento, e pure dell’attenzione, dell’opinione pubblica. La crisi ha fatto sentire, magari in negativo, il peso e la presenza dell’Europa, in passato molto meno avvertiti: così la maggioranza degli italiani non si sente cittadino dell’Ue, né si sente rappresentato dall’Ue; e, però, la maggioranza degli italiani è favorevole a restare nell’euro e vuole un ministro dell’Economia europeo, una politica estera e di sicurezza comune. E se c’è un crollo della fiducia nelle istituzioni, quelle europee ne meritano, in Italia, tre volte di più di quelle nazionali; addirittura, la Bce, vituperata da quanti denunciano l’‘Europa delle banche’, conquista spazi di credito.

L’interesse per dare un’indicazione sul futuro presidente della Commissione europea, l’iniziativa per avvicinarlo ai cittadini quasi fosse un sindaco, sono segnali del desiderio di sentire l’Unione meno lontana, di darle un volto. Quale, tra quello tondo di Schulz, candidato socialista, quello ovale di Guy Verhofstadt, candidato liberale, e quello giovane di Alexis Tsipras, candidato della sinistra, in attesa che popolari e verdi designino i loro campioni, non lo decideranno, però, in ultima istanza, i cittadini: dopo di loro, la parola passerà al Consiglio europeo e al Parlamento europeo, sperando che ne rispettino la volontà.

Il dibattito in Campidoglio sul libro di Schulz, Il gigante incatenato, assaggi di biografia in salsa di campagna, è stato avvilito da un titolo trito e sbagliato (‘Tra rinnovamento e ripresa, quo vadis Europa?’). Ma la discussione, presente un ‘grande elettore’ di Schulz, il presidente Napolitano, è stata fertile di spunti. Per Ezio Mauro, direttore de la Repubblica, dell’Europa oggi “si percepisce il vincolo, ma non la legittimità del vincolo”. E ciò, per il sindaco Roma Ignazio Marino, a causa “dell’eccesso di burocrazia, del deficit di democrazia e dell’allargamento senza riforme”. Ma anche perché le nuove generazioni non hanno quella che il ministro per gli Affari europei Enzo Moavero ha definito “l’emozione della pace”.

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