Per quanto il tuo Suv possa andare veloce ci vuole poco meno di un giorno per percorrere i 1800 chilometri che separano Sochi da Mosca. Igor Ayrapetyan da qualche tempo li percorre in auto con a bordo una decina di cani per volta. Il quarantenne ha allestito un rifugio per randagi nel giardino di casa sua, nei pressi della capitale russa, e ha messo su una squadra di volontari coordinati tramite Facebook. Igor si è improvvisato benefattore e si è messo in testa di salvare quanti più animali possibili dal massacro diventato orribile prassi quando un grande evento internazionale raggiunge quelle latitudini. Due anni fa, durante gli Europei di calcio, si calcola che a Kiev 30mila quattrozampe siano stati uccisi per strada dai “dog hunter”.

Per le amministrazioni locali, così come per quella centrale, i randagi “rovinano l’immagine del paese agli occhi del mondo”. Motivo sufficiente per teorizzare la strage: “Abbiamo un obbligo verso la comunità internazionale” ­ ha detto Sergei Krivonosov, un deputato della regione di Krasnodar, dove si trova Sochi. Da queste parti c’è un evidente problema con gli animali e il metodo più veloce per risolverlo è ammazzarli”. Del compito si è occupata e continua a occuparsi un’apposita società, la Basya Services, che si gioca la carta più banale e efficace: “I cani sono tanti e sono pericolosi per i nostri bambini” la giustificazione espressa dal responsabile Alexei Sorokin. Poi, però, in un’altra intervista Sorokin ha tradito il suo vero pensiero definendo i randagi “spazzatura biologica“.

Da ottobre, sostengono gli animalisti, i cani sono uccisi in modo sistematico a Sochi e dintorni. Almeno 300 al mese e la mattanza, lontano dalle telecamere, ancora va avanti. La sterilizzazione non è nemmeno presa in considerazione. Gli animali sono eliminati a bastonate o, più di frequente, avvelenati. Gli attivisti raccontano di gruppi di cani che vagano storditi per strada e di esemplari trovati morti a bordo strada accanto a bocconi di cibo tossico oppure con freccette infilate nel costato. Molti di loro fino a poco tempo fa vivevano nelle case dove sono stati eretti i cantieri per i Giochi. Le loro famiglie, espropriate dei terreni e trasferite nei centri cittadini, hanno abbandonato per strada gli animali per l’impossibilità di trovargli una nuova sistemazione.

Appelli contro il massacro sono stati lanciati da alcuni mesi da associazioni russe e organismi internazionali. Tra questi la Humane Society che ha pubblicato sul suo sito una dettagliata lista delle istruzioni per chi, da ogni parte del mondo, voglia adottare un cane in pericolo nella zona del Mar Nero. Queste organizzazioni però finora non hanno ricevuto nessun tipo di ascolto. Tanto meno da Vladimir Putin che pur negli ultimi tempi appare particolarmente interessato a evitare casi diplomatici e che ha sempre affidato alle foto con la sua labrador Koni la sacralizzazione del lato buono che ogni padre della patria deve avere. A livello mediatico la campagna per salvare i cani è stata offuscata dalla causa Lgbt che sta facendo la parte del padrone.

Si va avanti allora soprattutto sulla buona volontà e grazie all’entusiasmo dei singoli o di gruppi di amici. Lo provano le decine di piccoli rifugi per randagi sorti nell’ultimo periodo attorno a Sochi. Uno dei più grandi, nelle immediate vicinanze della sede delle gare, è stato realizzato a Baranovka. Lo ha fatto costruire Oleg Deripaska, uno che non ha proprio il curriculum del filantropo. Secondo Forbes Deripaska è il nono uomo più ricco del mondo. Grazie ai proventi dell’alluminio e all’amicizia con il presidente Putin è diventato uno degli oligarchi più potenti del paese. Deripaska è un amante dei cani ed è il principale finanziatore dell’associazione animalista Volnoe Deloe. In quella collezione di controversie politiche e morali che sono le Olimpiadi di Sochi uno come lui e Igor, che guida tutta la notte con dieci randagi nel bagagliaio, combattono la stessa battaglia.