Tasse, burocrazia e banche che non fanno credito. Tutto questo non basta a scoraggiarti e vuoi metterti lo stesso in proprio? La mazzata finale te la danno i contributi dell’Inps. O meglio, la mazzata iniziale. Perché se decidi di tirar su da solo una piccola ditta o società, ancora prima di partire devi mettere in conto un minimo da versare per la previdenza. E addirittura sono più di 3mila euro, anche se alla fine dell’anno non avrai incassato nulla. Un giorno lontano, chissà poi se è vero, contribuiranno alla tua pensione. Ma il loro effetto lo senti presto, prestissimo. Con il rischio che la tua buona iniziativa sia stroncata sin da subito. Eppure, con una disoccupazione al 12,7% e un tasso che per gli under 25 è al 41,6%, trovare lavoro è dura. E crearselo da soli poteva essere la giusta soluzione. Ma lo dice anche la Banca mondiale che siamo messi male in quanto a facilità con cui si avvia un’attività: 90esimi su 189 Paesi.

Da oggi faccio il consulente. O è meglio aprire una ditta individuale?
Meglio provare con un business semplice, semplice, come progettare app per cellulari. Con le giuste competenze, l’investimento iniziale è minimo: basta un computer. Ma dopo averlo acquistato, iniziano subito i grattacapi. Davanti si hanno tre soluzioni, spiega Michaela Marcarini, consigliere dell’ordine dei commercialisti di Milano. La meno complicata è aprire una partita Iva in qualità di professionista o consulente software. Non costa quasi nulla se si fa tutto da soli, mentre se ci si rivolge a un professionista vanno via 100-200 euro, a cui se ne aggiungeranno altri 300-400 a fine anno per la dichiarazione dei redditi. Finché si è under 35, e in ogni caso per i primi 5 anni, si ha diritto a un regime fiscale agevolato, quello dei minimi: su quanto si incassa, una volta sottratti i costi, si paga al Fisco solo il 5% e non si fattura l’Iva. Ma attenzione, l’attività deve essere nuova, non la prosecuzione di un lavoro svolto in precedenza, anche da dipendente. E i compensi ricevuti non devono superare i 30mila euro all’anno. Altrimenti sul reddito si paga l’Irpef in base agli scaglioni progressivi: un’aliquota del 23% per incassi inferiori ai 15mila euro, per poi salire di aliquota in aliquota al 43% che scatta dopo i 75mila euro. E, se le cose vanno oltre le aspettative, fino al 46% con il contributo di solidarietà sopra i 300mila euro. Ma anche se si ha diritto al regime dei minimi, a tagliare le gambe è il regime previdenziale. All’Inps, se non si hanno posizioni pensionistiche aperte con altre casse, va infatti versato il 27,72% del reddito.

Il regime dei minimi si può applicare anche a chi sceglie una soluzione un po’ meno semplice, quella di dare alla propria attività la forma di una ditta individuale. In questo caso ci si deve dotare di Pec e iscriversi alla Camera di commercio: in tutto fanno circa 150 euro quando si parte e poi, a regime, 200 euro all’anno. Ci sono poi gli onorari del commercialista: intorno ai 200 euro per l’avvio delle attività e 600-700 euro all’anno per la tenuta della contabilità. Anche in questo caso, se non si ha diritto al regime dei minimi, anziché il 5% al Fisco si versa l’Irpef in base alle aliquote a scaglioni. E pure per la ditta individuale, il vero macigno rischiano di essere i contributi previdenziali e assistenziali: l’aliquota supera il 22%, più vantaggiosa di quella per professionisti e consulenti, ma questa volta c’è da versare un minimo di 3.300-3.400 euro, anche se non si è incassato nulla. Quindi occhio a creare la propria ditta. Se le cose vanno male, alla fine dell’anno finisce che si hanno meno soldi di quando si è partiti.

La pensione è lontana, ma già taglia le gambe
“Il regime fiscale dei minimi è piuttosto vantaggioso per l’avvio di un’attività – commenta Marcarini – Ma quello che fa saltare tutto è il regime previdenziale. Le aliquote Inps sono così alte perché dettate dall’esigenza di incassare. Ai giovani invece dovrebbero essere garantite agevolazioni sui contributi, come è stato fatto per il regime fiscale. L’Inps potrebbe così attirare più contribuenti, che nei primi anni non costano al sistema pensionistico”. Secondo Marina Calderone, presidente dell’Ordine dei consulenti del lavoro, c’è poi un altro vantaggio: “L’agevolazione che si accollerebbe lo Stato – spiega – potrebbe rivelarsi minore di quanto si possa pensare, perché il giovane non risulterebbe più disoccupato e quindi non usufruirebbe più di alcune prestazioni assistenziali, con conseguenti risparmi per le casse pubbliche”. In ogni caso, fa notare Calderone, i versamenti all’Inps “non sono imposte o tasse, ma contributi cui discende una specifica prestazione nel caso di pensione. Si tenga conto che ciò deriva da un principio costituzionale”.

La srl? Semplificata solo a parole, con burocrazia e banche
Terza soluzione, la srl semplificata con statuto standard e capitale sociale che può essere anche di un solo euro. Adatta soprattutto se non si è da soli, ma con uno o più soci. “E se il fatturato supera almeno i 20-30mila euro, altrimenti non conviene”, spiega Marcarini. Il notaio per l’atto di costituzione è gratuito. Ma tutto il resto rischia di essere un salasso già al nastro di partenza: circa 750 euro tra Pec, imposta di registro, diritti camerali e altri balzelli, bollatura di libri e registri sociali. Costi che poi a regime superano i 500 euro all’anno. Sui ricavi, una volta sottratti i costi, si paga il 27,5% di Ires. E poi va aggiunta l’Irap, con un’aliquota ordinaria del 3,9%. Sono rimasti degli utili dopo le imposte? Meglio pensarci due volte a distribuirli, visto che sopra ci si pagherebbe ancora fino al 20% di tasse. Se poi la srl non ha dipendenti, il socio unico o uno dei soci dovrà essere considerato operativo. A lui toccherà quindi versare oltre il 22% del reddito a Inps e Inail, anche qui con un versamento minimo di 3.300-3.400 euro.

Per la srl semplificata salgono anche le spese dal commercialista. Per partire ci vogliono tre o quattro incontri e subito arriva una parcella da 300 euro. Per tenere la contabilità, poi, si pagano ogni anno dai 3mila euro in su. Come mai così tanto? “In Italia ci sono tutta una serie di adempimenti che all’estero non ci sono – spiega Fabrizio Panella dello studio Panella e associati di Milano – La tenuta della contabilità ordinaria, obbligatoria anche in caso di srl semplificate, è particolarmente onerosa, con cinque o sei tra libri sociali e registri contabili e fiscali da tenere aggiornati. E lo spesometro, che tiene traccia di tutti i soggetti da cui si compra o a cui si vende qualcosa, è uno strumento in principio utile considerati gli alti livelli di evasione. Ma è stato implementato in modo delirante, con mille proroghe ed eccezioni che lo rendono estremamente complicato da gestire per un non addetto ai lavori”. Se poi si aggiungono tutte le dichiarazioni fiscali da compilare (Ires, Irap, Iva, 770), il modello Intrastat se si fanno scambi commerciali con i Paesi Ue, i versamenti Iva, contributivi e previdenziali da fare ogni mese o trimestre, e tutte le imposte a cui stare dietro qualora si sia aperto un ufficio, come Tari, Tasi e Imu, si capisce perché da noi sia impossibile gestire in autonomia la propria società e si debba per forza ricorrere al commercialista.

Le srl semplificate, insomma, al di là del nome di semplificato hanno ben poco. Il governo Monti le ha introdotte nel 2012 perché contribuissero al rilancio dell’economia. Ma che abbiano stentato a decollare, i notai lo hanno denunciato quasi subito. In gran parte soffocate da oneri fiscali e contributivi, burocrazia. E dalla difficoltà di reperire finanziamenti. Perché la stretta al credito non è uno slogan, ma la serie di ‘no’ che si sente sbattere in faccia chiunque vada in banca a chiedere un prestito per partire. E non c’è business plan che tenga, come racconta Fabio Pallaro, 35 anni, che insieme a un amico ha da poco aperto un locale a Milano: “All’inizio abbiamo cercato un prestito in banca. Ma ci hanno spiegato che per ottenerlo, senza proprietà come eravamo, avremmo dovuto immobilizzare noi stessi come garanzia una cifra analoga a quella del prestito”. Un paradosso.

Fare impresa? Un’impresa, parola della Banca mondiale
Aprire una propria impresa in Italia è dunque impresa ardua. Nel rapporto Doing business 2014 la Banca mondiale ha messo il nostro Paese al 90esimo posto su 189 per la facilità con cui si avvia un’attività: da noi servono in media sei giorni e sei procedure, un bel po’ in più della mezza giornata necessaria per una sola procedura in Nuova Zelanda, il Paese in cui la partenza è più facile e veloce. Tale indicatore, insieme ad altri nove, contribuisce a formare la classifica complessiva della facilità di fare business, che ci vede al 65esimo posto, dopo il Rwanda (32esimo), l’Armenia (37esima), il Botswana (56esimo), solo per fare qualche esempio, e appena due posizioni prima del Ghana. I nostri punti deboli? Tasse, burocrazia e accesso al credito anche secondo la Banca mondiale. Per il pagamento di imposte siamo addirittura in 138esima posizione: i 15 versamenti che in media si fanno ogni anno portano via a un’azienda 269 ore, con un prelievo totale del 65,8% dei profitti. E per l’indicatore “ottenere credito”? 109esimi. Anche qui messi male.

Twitter: @gigi_gno