E’ don Erminio a celebrare la messa. L’eucaristia funebre risuona solenne nella chiesa di piazza San MartinoInveruno, 8600 abitanti nell’hinterland milanese: si svolgono qui le esequie dell’ultimo omicidio legato alla malavita calabrese impiantata al Nord. Si tratta di Antonino ‘Nino’ Cutrì, classe 1982, fratello dell’ergastolano Domenico, accusato di omicidio, evaso lunedì 3 febbraio a colpi di kalashnikov mentre veniva trasportato al tribunale di Gallarate (Varese) e poi catturato dalle forze dell’ordine. Ferito a morte durante l’agguato, secondo gli inquirenti era stato proprio Nino ad organizzare la fuga. Dei trentadue colpi esplosi uno lo raggiunge al collo e muore pochi istanti dopo con ancora il caricatore pieno addosso.

“Pensiamo a quando il Cristo è stato arrestato per essere crocifisso, aveva attorno i suoi affetti che per proteggerlo volevano tirare fuori la spada. Ma Gesù disse loro: non è questa la via. Beati coloro che costruiscono la pace”, dice il parroco. Parole che sembrano legare le vicissitudini del messia cristiano a quelle dei due fratelli Cutrì. In chiesa più di duecento persone: padre, madre e sorella in prima fila. Le due donne, Antonella Lantone e Laura Cutrì, prendono per prime la comunione dalle mani del prete. Il fratello più giovane, Daniele, non è presente perché trattenuto in carcere. La navata è gremita di gente, poche le sedie vuote sul fondo, tutte piene le panche in legno delle file centrali. Presenti molti amici del ragazzo, che si asciugano gli occhi stretti nelle loro felpe scure, e giovani venuti dai paesi limitrofi: Arconate, Legnano, Castano Primo. Alcuni di loro nei giorni scorsi avevano espresso parole di stima sui social network verso l’amico ucciso mentre liberava il fratello condannato all’ergastolo, frasi che si sono poi rivelate fondamentali per le forze dell’ordine per procedere con l’arresto di Domenico dopo i sei giorni di latitanza.

Presenti i parenti venuti da Melicuccà, 997 anime in provincia di Reggio Calabria, comune d’origine della famiglia. Nell’estate del 1989 i Cutrì, costretti al soggiorno obbligato per aver appoggiato un omicidio mafioso, si trasferiscono al Nord. Carlotta Di Lauro, fidanzata di Nino, arriva in chiesa scortata dalle forze dell’ordine, sei uomini la circondano per impedire eventuali tentativi di fuga: capelli scuri raccolti, collo di pelliccia nera e rossetto rosso. Voleva posare la fede nuziale sulla bara del fidanzato comprata poche settimane fa: i due giovani dovevano sposarsi entro l’anno e trasferirsi col bambino di lei di cinque anni a Cellio, in Valsesia.

La donna, che attualmente si trova agli arresti domiciliari nella casa dei genitori a Cuggiono, nel milanese, lascia una corona di fiori: “Carlotta tua per sempre”. Durante il corteo che accompagna il carro funebre al cimitero le persone escono dalle abitazioni e dai cancelli delle ville residenziali salutano i tanti inverunesi presenti al funerale. La bara viene tumulata mentre i parenti si stringono sotto la pioggia che si fa insistente e piangono in silenzio. Si sente solo la voce della madre: “Non c’è più niente, non c’è Dio, non c’è Gesù, non c’è niente”. Delle ragazze lasciano volare dei palloncini bianchi. E dicono in coro: “Ciao Nino, ciao Nino”.