Tre giorni prima della Giornata per un Internet più sicuro una ragazzina di 14 anni si è buttata da un palazzo perché sul social network degli adolescenti le dicevano che doveva morire. Pensando a lei ed a tutti gli altri ragazzini come lei, mortificati o uccisi dall’uso scorretto della rete, al termine del Safer Internet Day, mi chiedo e vi chiedo se l’approccio ai nuovi media che noi adulti stiamo usando con i giovanissimi non sia sbagliato.

Secondo la definizione della Polizia postale, il profilo ideale del cyberbullo è quello del ragazzo fra i 10 e i 16 anni, apparentemente bravo studente, con una competenza informatica superiore alla media e incapacità a valutare la gravità delle azioni compiute on-line. Il problema è: chi lo aiuta a capire?

Molti adulti si avvicinano al rapporto che i ragazzi hanno con la rete con ignoranza, paura, desiderio di integrarsi e dimostrare che possono essere come loro, ma non siamo e non dobbiamo essere come loro: loro sono giovani e noi siamo coloro che dovrebbero impartire l’educazione, limitare se necessario, dare il buon esempio, aiutare a crearsi uno spirito critico. Ma il nostro approccio è far vedere ai nostri figli, ai nostri allievi, che scriviamo cmq per comunque, che abbiamo il profilo social e compriamo (per noi o per loro) il device all’ultimo grido, non li mettiamo abbastanza in guardia perché abbiamo paura di apparire retrogradi e quando vogliamo metterli in guardia non sappiamo farlo o ci fermiamo di fronte ad un’obiezione dal sapore tecnologico.

Allora, prima di tutto informiamoci bene e non facciamoci spaventare da un ragazzino smanettone che sembra saperne troppo ma in realtà non sa le cose che davvero contano. Quanti sono al corrente delle insidie nascoste nella rete? Non parlo solo del mostro che fa grooming per catturare la piccola preda, parlo delle multinazionali che ci profilano, che non cancellano i nostri dati quando cancelliamo il nostro account. Parlo dei social che ci fanno sentire liberi e protetti, mentre non lo siamo affatto proprio perché in quel contesto abbassiamo la guardia.

Informiamoci, per poter spiegare e sostenere una conversazione con la generazione dei “nativi digitali”: vi sorprenderà quanto poco ne sanno.

In secondo luogo – informati o meno che siamo – non accettiamo che siano loro a dettare le regole sull’uso del mezzo digitale, stabiliamole noi. Ad esempio, per telefonare basta il cellulare, quindi evitiamo di comprare loro strumenti più avanzati che consentono di fare riprese a scuola (dove il telefono dovrebbe essere spento) e di connettersi per pubblicarle subito online. L’ideale sarebbe giocare d’anticipo, prima che si creino situazioni per le quali l’unica ma indigesta soluzione sarebbe tornare indietro.

Infine, non tolleriamo e tantomeno stimoliamo un approccio egocentrico della rete, ovvero il ragazzino sceneggiatore, protagonista e regista di sé stesso, l’io che cerca di filmare ogni momento, si mette in posa con l’autoscatto e poi è online in cinque secondi e si mostra a tutto il mondo. Fa tenerezza o orgoglio (perché pure noi, in fondo, pensiamo che sia speciale), ma dovrebbe anche ispirarci cautela.

Uno studio di qualche anno fa di quattro facoltà di Psicologia americane evidenziava che l’indice di narcisismo dei giovani diciottenni (quelli americani, che sono sempre avanti a noi di qualche decennio, anche se con la rete il divario si è accorciato), è cresciuto perché la generazione di facebook e youtube si sente al centro, si sente protagonista, si sente speciale.

Così, penso, può accadere che per essere più speciale degli altri o per la frustrazione di non essere abbastanza considerati nonostante la grandezza che ci si autoattribuisce, si filmino compagni picchiati e poi si inserisca il video online o si spinga una coetanea ad uccidersi martellandole sul social insulti e incitamenti al suicidio.

Un senso di potere enorme… dietro uno schermo che in realtà serve anche molto bene a nascondere.