“Sulla moviola, io ho un’idea molto chiara: se domani dovesse arrivare la moviola in campo, allora potremmo cominciare a dire che questo sport è finito”. A parlare così è Marcello Nicchi, Presidente dell’Associazione Italiana Arbitri (di calcio). Un punto di vista legittimo, ci mancherebbe. Quel che interessa è ragionare dell’argomento, non schierarsi a favore della moviola (che poi moviola non è) o contro. E allora, ragioniamo.

Per sostenere la sua tesi, Nicchi pone una serie di questioni, tutte meritevoli di una serena valutazione. Alcune sono un po’ apodittiche e, se posso, un filo qualunquistiche. Dire “se vogliamo cambiare il calcio diamogli un altro nome” sembra una forte ed appassionata dichiarazione di intenti, ma solo se ci fermiamo alla superficie della superficie. Si spera e crede infatti che se una cosa viene cambiata in meglio (il che è da stabilire) si tratti di un progresso. E si spera e crede che Nicchi non sia contro il progresso, altrimenti farebbe ancora di calcolo con le macchine ad ingranaggi e guarderebbe degli sfuocati dagherrotipi invece che delle immagini digitali in Hd. Nella stessa categoria metto “il calcio è di proprietà dei tifosi“, “no alla partita elettronica” ed altri generici rimasugli di un armamentario di retroguardia che ignoro deliberatamente.

Per concentrarmi invece sul cuore della vicenda, e cioè se davvero l’instant replay, così si chiama, cambi o no in meglio lo sport. Tutto sta a qualificare precisamente l’espressione. “In meglio” non potrà mai coincidere con l’eliminazione di tutti gli errori. Per ottenerla ci vorrebbero dei tempi che effettivamente implicherebbero la trasformazione dello sport in questione, e nessuno sano di mente vuole questo. Ma se oggi, putacaso, si fanno 100 errori, già farne 99 identifica un miglioramento oggettivo. Si tratta semplicemente di trovare il giusto equilibrio tra le due esigenze, il correggere quegli errori nell’interesse superiore del gioco e il non stravolgere tempi e natura dello sport. È fattibilissimo, basta capire che come tutti gli equilibri si trova solo col tempo, proprio perché gli errori fanno parte della vita (e dello sport).

Le obiezioni di merito di Nicchi sono sostanzialmente due. La prima attiene alla difficile perimetrazione dello strumento, cioè quando usarlo e quando no. Questo è il lavoro fatto dalla NBA e questo quello NFL. Se non volete essere esotici, il modesto basket italiano l’ha risolta così. Solo per dire che gli esperti possono facilmente pervenire ad una formulazione. Ed i risultati, vedi scudetto del basket 2005, sono lì da vedere. Ovvio, la formulazione di cui si parla non risolve tutti i problemi d’incanto, tanto che viene (in America) periodicamente aggiornata man mano che la realtà suggerisce i correttivi da inserire. Se non sbaglio, è sempre quel comportamento umano che si identifica nel concetto di “progresso”.

Si tratta tendenzialmente di includere nel novero delle situazioni assoggettabili ad Instant Replay solo quelle oggettive (la palla è prima o dopo una linea, un giocatore è davanti o dietro un altro) e quelle disciplinari (atti di violenza sfuggiti in prima istanza). Evitando invece rigorosamente quelle oggetto di valutazione da parte dell’arbitro, che rimane insostituibile nella stragrande maggioranza dei casi. Ma nessun uomo sarà in grado di dire se un pallone è un centimetro prima o dopo una linea meglio di una macchina, anche se la macchina in qualche caso-limite non dà una risposta definitiva (ed in quel caso ti tieni quella dell’uomo). Per non usare l’Instant Replay, Nicchi agita il fantasma del “chi recupera il tempo perso?”. Se penso che è lo stesso soggetto che ha paura ad inserire il tempo effettivo, la circostanza ha dell’incredibile.

Ma è l’altro, devastante, ordine di obiezioni che fa davvero pensare. “La decisione finale sull’episodio a chi compete? All’arbitro? Oppure a chi manovra il congegno?” – si chiede Nicchi. Che aggiunge: “E chi è il proprietario dell’emittente che riprenderà la partita?” Qui, come si suol dire, mi arrendo. Se la nostra cultura delle regole è questa, inutile andare avanti. Infilare sospetti assurdi per favorire il gattopardismo imperante è un esercizio fin troppo noto. Ma su, certo che decide l’arbitro e non l’utile omino che manovra un “jog”. E nessun potere forte riuscirà a far apparire magicamente su uno schermo immagini che non corrispondano alla realtà. Come se poi lo sport italiano ai poteri forti fosse impermeabile… È molto semplice: se non vuoi cambiare c’è sempre un motivo per non farlo. Ma se non vuoi cambiare, e non ti prendi anche i rischi e gli errori dei cambiamenti, avanti non si va. Ed ancora una volta, mica è questione di calcio.