Divieto di affissione di cartelloni pubblicitari sessisti in tutta la zona. E’ su questo che si basa essenzialmente il provvedimento “anti-stereotipi e discriminazioni” che l’amministrazione del quartiere berlinese di Kreuzberg-Friedrichshain si accinge ad approvare. Tutto è nato da una serie di segnalazioni arrivate da un comitato di residenti stanchi dei tanti poster commerciali in cui il corpo della donna è utilizzato solo a scopo decorativo. “Va bene una donna seminuda per pubblicizzare un bikini o un costume da bagno, ma non quando si parla sullo di un’automobile o di un pacchetto di caramelle. A quel punto il messaggio diventa sessista”, ha spiegato Paula Riester dei Verdi, uno dei partiti che assieme ai socialdemocratici, i die Linken ed i Pirati hanno appoggiato l’iniziativa (gli unici ad astenersi sono per ora i cristiano-democratici).

“Le attuali pubblicità fomentano stereotipi che alla lunga possono portare anche a disordini alimentari tra ragazze desiderose di assomigliare al modello Barbie”. A ispirare la prossima normativa dovrebbe essere un catalogo di otto punti stilato in Austria, dal Watchgroup-Sexismus creato dalla consigliera comunale di Vienna Sandra Frauenberger. “Come dai talebani”, ha titolato il Tagesspiegel in un editoriale di Harald Martenstein che scrive: “Non conosco ragazze così stupide da farsi condizionare da cose del genere”. La speranza dei promotori è che la problematica sollevata sia presto affrontata anche dal senato cittadino e che l’azione si allarghi anche ad altri quartieri.

Il tema è sentito. In Germania dal 1972 c’è un apposito consiglio che valuta la validità o meno dei messaggi veicolati negli spot. Si chiama le Deutsche Werberat e nel 40% dei casi in cui è intervenuto, le pubblicità sono state ritirate. Il suo, però, è di solito un intervento retroattivo che incide solo parzialmente a livello culturale. Così non è un caso se negli ultimi mesi anche in Germania ha sempre più successo la campagna inglese Pink Stinks, contraria all’utilizzo di stereotipi (a partire dall’uso del colore rosa) per operazioni di marketing rivolte alle ragazzine.

Nel 2008 il Parlamento europeo approvò la Relazione sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità fra donne e uomini presentata da Eva-Britt Svensson, allora vicepresidente svedese della Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere del Parlamento Europeo. Tra i suoi punti c’era quello di far sì che la Commissione Europea e gli stati membri elaborassero un Codice di condotta per la pubblicità che prevedesse il rispetto del principio di parità di genere ed evitasse stereotipi e rappresentazioni degradanti. Sono passati quasi sei anni, ma la voce di Bruxelles è rimasta un sibilo schiacciato da una ben più persuasiva convinzione da tanti esperti del marketing. “Forse non sarà etico, ma ovunque lo piazzi, il sesso fa vendere”.

Twitter: @daddioandrea