E’ una nuova categoria mediatica: lo sfollatore di consenso. Il desertificatore di voti. Fa parte di una forza politica. E’ convinto di aiutare la causa, e in effetti la aiuta. Solo che è la causa degli altri: degli avversari.

Una delle più instancabili sfollatrici di consensi nella storia della politica italiana è Paola De Micheli. Bersaniana e lettiana di ferro, denota una propensione al masochismo al cui confronto Sacher-Masoch era De Sade. Prima delle elezioni nazionali del 2013, quelle che il Pd non poteva perdere (e invece c’è riuscito: fenomeni), la De Micheli soleva occupare ogni spazio televisivo immaginabile. La voce da Wanna Marchi e la sicumera di chi è misteriosamente convinto di apparire arguta, dopo il rovescio elettorale elaborò rapidamente il lutto. Poi scomparve, giusto un po’, dalle agorà televisive. Si è tornati a parlare di lei quando, durante la presentazione dell’agiografia di Bersani, ha accusato Renzi di avere impallinato Prodi (rimane la sua dichiarazione più sensata).

Lunedì scorso era a Piazzapulita. Si presume che, guardando la puntata, Matteo Renzi abbia distrutto dalla rabbia tutti i 45 giri di Righeira (autografati). Ogni volta che la De Micheli parlava, un punto percentuale del Pd moriva. Ascoltandola e guardandola, saliva negli spettatori la voglia irresistibile di votare tutti. Ma proprio tutti. Tranne il Pd. A un certo punto Antonino Monteleone le ha ricordato che durante il voto sullo scudo fiscale era assente. E quella assenza, unita a molte altre dei parlamentari piddini, risultò decisiva. “Dov’era, De Micheli?”. E lei, arrogante e comicamente sprezzante: “Boh”. Una frase che, da sola, dà la misura di cosa sia stata la cosiddetta “opposizione” negli ultimi vent’anni in Italia.

La De Micheli, che ha inanellato una quantità industriale di harakiri al punto da risultare zimbellata per un giorno intero su Twitter (come attestava il suo cognome tra i trending topics), non è l’unica desertificatrice di voti. Nel Pd sono in tanti. Per esempio Alessia Mosca, Giuditta “piccola Pini” (su Twitter si firma così). O la renziana Alessia Morani, che in una puntata ormai mitica di Ballarò ha elargito una labilità contenutistica che non si vedeva dai tempi di Lara Comi. Altra sfollatrice di consensi, attivissima nel 2013 ma ultimamente meno presente, forse perché c’è un limite anche all’autolesionismo politico. In compenso, nel centrodestra, permangono le performance dei Giovanardi e Fitto, che garantiscono al Pd un confortante travaso di consensi. Il desertificatore di voti, talora, è usato dalle tivù proprio in quanto tale: lo si chiama, e richiama, perché la sua presenza risulta così caricaturale da indurre a non votare mai e poi mai la forza che il Fantozzi inconsapevole glorifica.

Il movimento più odiato dalla tivù è il Movimento 5 Stelle, ed è per questo che diviene preziosa la megalomania catodica di Paolo Becchi. Viene presentato addirittura come “ideologo”, e se fosse vero il M5S potrebbe – anzi dovrebbe – ritirarsi subito dalla competizione politica: così, per umana decenza. La barba pensosa e la presenza scenica di un Beruschi convinto chissà perché d’esser filosofo, Becchi era lunedì a Piazzapulita e martedì a Ballarò. Con precisione chirurgica, bastavano due o tre sue frasi per vanificare l’operato di un anno dei Di Maio e Villarosa. Lanciati a bomba contro se stessi, gli sfollatori di consensi sono manna dal cielo per i nemici. Null’altro che Cassandra elettorali. Quel che toccano, distruggono. Quel che celebrano, frana. Quel che incensano, sfiorisce. Una prece.

Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio 2014