Lactalis chiude un altro stabilimento in Italia. Il gruppo francese che controlla le filiere nazionali del latte e dei formaggi con marchi come Parmalat, Galbani, Invernizzi, Cademartori e Locatelli, ha dato il via a un’operazione di razionalizzazione degli impianti produttivi. Dopo il ridimensionamento delle strutture Parmalat, ora a subire simile destino sono gli stabilimenti Galbani, che diventeranno cinque invece di sei. L’ultimo piano di riduzione costi in ordine temporale riguarda la realtà di Caravaggio in provincia di Bergamo, storico stabilimento in cui lavorano 218 dipendenti, e il reparto di confezionamento gorgonzola dell’impianto di Introbio in provincia di Lecco, dove sono impiegate 8 persone.

L’annuncio dei vertici del gruppo Lactalis Italia è arrivato dopo un incontro con le rappresentanze sindacali e gli amministratori della Lombardia: la decisione è quella della chiusura parziale di Introbio e quella totale di Caravaggio, dove già due anni fa erano stati tagliati 60 dipendenti. Alla base della scelta ci sarebbe la volontà della proprietà di ridurre i costi fissi delle strutture, mentre per i dipendenti sarebbe già pronto un piano di ricollocamento in altre aziende del gruppo in Lombardia. “Abbiamo deciso di intervenire sui costi della nostra struttura industriale chiudendo uno dei sei stabilimenti lombardi per proteggere il nostro intero sistema industriale in Italia – ha dichiarato Giulio Ferrari, direttore industriale di Gruppo Lactalis Italia – Ciò ci consentirà di ritrovare efficienza attraverso la riduzione dei costi strutturali e non dei posti di lavoro, ricollocando tutti i dipendenti negli altri impianti produttivi che abbiamo in regione”.

La crisi dei consumi che non ha risparmiato Parmalat, dove lo stop alle macchine ha già raggiunto gli stabilimenti di Genova, Villaguardia (Como) e Cilavegna (Pavia), con un altro piano di contenimento costi dietro l’angolo, arriva dunque anche sul fronte Galbani, che era stata acquisita da Lactalis nel 2006. “Stiamo lavorando per cercare nuovi volumi produttivi e assicurare una crescita dei nostri stabilimenti in Italia, ma per farlo dobbiamo essere più efficienti e competitivi – ha continuato Ferrari – La chiusura dello stabilimento di Caravaggio è stata una decisione dolorosa, ma ci consente di avere una struttura industriale più solida, presupposto fondamentale per pianificare nel prossimo futuro, e in grado di rispondere anche a una auspicabile ripresa dei consumi”.

Per Lactalis Italia chiudere i battenti di Caravaggio significa risparmiare su una produzione che ogni anno è in grado di lavorare 250mila tonnellate di latte per 40mila tonnellate di formaggi come gorgonzola, taleggio, quartirolo. Volumi produttivi che con il nuovo piano di intervento saranno riallocati in altre aziende del gruppo Lactalis/ Galbani Italia. “L’obiettivo – si legge in una nota – è la concentrazione della capacità produttiva in cinque stabilimenti anziché sei, mantenendo i medesimi livelli di occupazione, di volumi di produzione e di acquisti di latte in Lombardia”.

Per quanto riguarda i quasi 300 lavoratori che rimarranno senza impiego, nei piani della società saranno ricollocati negli stabilimenti che acquisiscono le produzioni, come Casale Cremasco, Certosa e Corte Olona, che diventeranno i poli in cui si concentrerà la produzione dei formaggi in futuro. Una rassicurazione che però non basta ai sindacati, che hanno puntato il dito contro il cambio di strategia del gruppo francese e hanno annunciato lo stato di agitazione con il blocco di tutti gli straordinari . Fai, Flai e Uila e il Coordinamento hanno avviato una campagna di informazione negli stabilimenti, chiedendo un incontro urgente con i vertici dell’azienda e con gli enti locali direttamente e indirettamente coinvolti.

“Lactalis ha dato delle garanzie sui lavoratori, vedremo se le rispetteranno, perché non si tratta solo di tutelare i tempi indeterminati, ma anche quelli a tempo determinato e gli stagionali che gravitano intorno all’impianto – ha commentato Marco Bermani, segretario regionale di Flai Cgil Lombardia – Sapevamo che la domanda nazionale del settore era in crisi, a differenza dell’export, ma non ci aspettavamo la chiusura di un intero stabilimento: l’Italia in questo modo perde un importante sito produttivo, e questa perdita grava sull’intero sistema”.