Leggi ad personam, burocrazia, meccanismi di reclutamento della classe dirigente e l’enorme peso della criminalità organizzata hanno reso il nostro paese la patria della tangente e della corruzione. Ma il fenomeno è difficile da quantificare.

di Michele Polo* (lavoce.info)

60 Miliardi: una stima grossolana

L’Italia genera la metà del giro d’affari della corruzione in Europa, con un costo per la collettività di 60 miliardi di euro l’anno. Questi i titoli sui giornali e telegiornali che sintetizzano il primo Rapporto dell’Unione Europea sulla corruzione, a firma del Commissario agli Affari Interni Cecilia Malmstrom. In questa notizia una grossa confusione e un triste dato di verità. La confusione sta nella cifra e nella quota italiana. Il dato di 60 miliardi di euro l’anno nasce da una grossolana stima, figlia di un curioso passaparola: nel 2004 stime mondiali indicano nel 3-4 per cento del Pil il costo della corruzione, percentuale che, applicata al Pil italiano, genera quella cifra. Chi per primo fa questo calcolo abborracciato ottiene la cifra di 60 miliardi di euro. Un numero che poi viene passato di rapporto in rapporto, ogni volta precisando che è una stima approssimativa, ma continuando nella sua fortunata carriera di unico numero disponibile. Non comparabile, tra l’altro, con il dato europeo di 120 miliardi di euro, dal cui confronto emerge infine il nostro triste primato di detentori della metà del fenomeno comunitario. Questo pasticcio segnala la bassa qualità dell’informazione, e la difficoltà di quantificare un fenomeno che, in quanto illegale, per sua natura è di difficile stima.
Ma la triste verità, su cui è bene impostare una riflessione, sta nel primato italiano, certificato anno per anno da altre, e più solide indagini quali quelle di Transparency International, che ci colloca stabilmente al di fuori della cerchia dei principali partner comunitari e in imbarazzante contiguità con paesi da cui ci vorremmo sentire lontani per costumi, civiltà e grado di sviluppo. Conviene quindi cogliere i titoli a caratteri cubitali per porsi la vera domanda: perché in Italia il fenomeno della corruzione assume dimensioni e un perimetro ben più ampio che in altri paesi sviluppati?
Tre sono i fattori che hanno caratterizzato la situazione italiana degli ultimi decenni.

Leggi deboli e ad personam

Una debole legislazione e azione di contrasto, determinata da una serie di riforme, le molte leggi ad personam, che sono nate per addomesticare processi di cui era ed è imputato Silvio Berlusconi, ma che hanno, scientemente o meno, ridotto fortemente le sanzioni attese da chi si rende protagonista di un atto di corruzione. Depenalizzazione del falso in bilancio, accorciamento dei tempi di prescrizione, assenza di una fattispecie di autoriciclaggio rendono spuntate le armi della magistratura e deboli le aspettative di sanzione per i corrotti. Ogni tangente pagata richiede una provvista in nero per generare le somme da versare, e quindi una contabilità infedele. E ogni tangente raccolta viene poi reinvestita dal corrotto. Se il falso in bilancio non blocca il primo passaggio e il reato di autoriciclaggio non sanziona il secondo, il meccanismo corruttivo risulta ben oliato. E non è certamente scoraggiato dalla remota possibilità che una indagine della magistratura riesca a concludersi nei diversi gradi di giudizio prima della tagliola della prescrizione.  La recente riforma Severino, pur avendo introdotto alcune innovazioni importanti, non ha intaccato questi fattori, richiedendo quindi ulteriori e più incisive riforme che ci aspettiamo dal Governo Letta.

Classe dirigente e burocrazia

Il secondo fattore, figlio della sostanziale immunità dei corrotti e della crisi dei partiti tradizionali, sta nella profonda modifica dei meccanismi di reclutamento dei ceti dirigenti delle organizzazioni politiche: se la raccolta di tangenti e mazzette, l’addomesticamento delle gare d’appalto, la disinvolta gestione delle pratiche amministrative possono essere fatte senza sostanziale pericolo di un intervento sanzionatorio, la politica, a partire dalla dimensione locale, diviene una professione che garantisce entrate cospicue per i più disinvolti e disponibili alle pratiche corruttive. In grado di raccogliere risorse e appoggi, e di finanziare una carriera politica di successo. Una contaminazione che non può che allargarsi al ceto della burocrazia amministrativa, senza la quale il politico corrotto avrebbe difficoltà a prosperare. Il racconto, obiettivamente raccapricciante, del ceto politico campano cresciuto nelle amministrazioni locali dell’area di Napoli sotto l’ombrello di Nicola Cosentino, la incredibile carriera di Batman Fiorito, campione di preferenze nella laziale Anagni, i molti scandali della regione Lombardia, raccontano una storia nazionale che ha in comune la politica come professione attraverso cui costruire una rete di favori, tangenti e malversazioni.

La criminalità organizzata

Ma il terzo fattore che distingue il nostro paese dagli altri partner europei, e che spiega come mai il fenomeno, certamente non assente in Germania, Francia o Inghilterra, assuma tuttavia da noi una dimensione ben più ampia e sistemica, risiede a mio avviso nella presenza massiccia delle organizzazione criminali nel nostro territorio. Nella attività di riciclaggio e reinvestimento dei proventi criminali nel campo legale, le cosche trovano un naturale sbocco in quei settori e quei rapporti economici nei quali sono in grado di sfruttare al meglio le proprie caratteristiche: controllo del territorio e dei voti, grande liquidità, manipolazione dei meccanismi di decisione pubblica e della concorrenza. Molti dei settori dove il reinvestimento avviene, dall’edilizia e dagli investimenti immobiliari alle forniture sanitarie, dalla gestione dei rifiuti alle attività commerciali all’ingrosso e al dettaglio, alle attività di ristorazione e pubblici esercizi, sono attività fortemente intermediate dalle pubbliche amministrazioni, nelle quali le cosche sono in grado di far valere la propria influenza per immettere nel circuito legale l’enorme massa di liquidità che deriva dai traffici illeciti.  Questo fattore aumenta fortemente l’offerta di tangenti, incontrando e facendo crescere, in una perversa Legge di Say, la domanda di tangenti che il nuovo ceto politico e amministrativo, forte di una sostanziale immunità, richiede per addomesticare le decisioni pubbliche a svantaggio dei cittadini. Che, alla fine, sono quelli che subiscono i costi della corruzione, nella forma di costi abnormi per la realizzazione di opere pubbliche, di forniture gonfiate, di scarsa qualità dei servizi erogati.

*Ha svolto i suoi studi presso l’Università Bocconi e la London School of Economics. E’ professore Ordinario di Economia Politica presso l’Università Bocconi. Ha trascorso periodi di ricerca a Lovanio, Barcellona, Londra e Tolosa. I suoi interessi di ricerca riguardano l’economia e la politica industriale, l’antitrust e la regolamentazione.