Perché si usano insulti sessuali contro le donne? La risposta più semplice è perché in questo modo si (ri) mettono al posto più basso della catena di potere: si riducono a oggetti di piacere della sessualità maschile, si ribadisce che, anche se la modernità talvolta si deve piegare ad annetterle in luoghi diversi dalla cucina e dalla camera da letto, sempre lì dovrebbero stare.

In un paese, l’Italia, dove fino al 1981 nel codice penale vigevano le attenuanti nei casi di ‘delitto d’onore’ risulta chiaro come ancora saldissima e radicata sia, nell’inconscio collettivo come in quello privato, la convinzione che le donne e il loro corpo siano un ingombro scomodo se varcano la soglia della casa.

Dire ad una donna che è una prostituta, che quel posto di lavoro, o quel seggio in Parlamento non è il frutto di studio e competenza, ma solo di abilità sessuale e seduttiva è dichiarare che nessun titolo universitario, nessun curriculum pur denso di attestati basteranno mai a darle valore: la donna siede sulla sua banca, del resto, è un luogo comune antico, anch’esso prodotto distillato da millenni di cultura patriarcale, senso comune sessista, misoginia.

Non c’è modo più efficace per annientare una donna che dare voce ad una fantasia sessuale che la vede protagonista (sempre più spesso questa fantasia si fa violenta in rete, come nell’inquietante caso dei commenti al video ‘comico’ sulla Presidente della Camera, ambientato in auto), e va detto chiaramente: rispondere per le rime in modo simmetrico, insulto per insulto e fantasia per fantasia non mette le cose a posto.

Certo, oggi una donna può, (non sempre, ma comunque più di ieri), ribattere con pari moneta, del resto siamo nell’era del turpiloquio eretto a linguaggio quasi primario della comunicazione politica, sociale e forse famigliare: ma siamo davvero convinte che dimostrare di essere capaci di insultare anche noi sia la strada per far smettere la violenza verbale, e soprattutto far cambiare cultura e cancellare pregiudizi?

Ci sono molte persone persuase che occuparsi dell’impatto delle parole nel quotidiano come nel politico sia questione risibile e puramente accademica, roba per chi ha tempo da perdere invece che occuparsi di cose importanti, quelle che contano davvero.

Queste persone, però, anche quando dicono di volersi impegnare per cambiare e lottare contro le ingiustizie, devono usare parole per spiegare, coinvolgere, difendere le ragioni del loro impegno. Ed anche ammettendo che la stanchezza, la fatica, la rabbia possano far saltare i nervi durante la lotta, come mai se l’avversaria è una donna ecco arrivare quasi sempre, la riduzione di questa a strumento sessuale?

Chi, per colpire la dignità e soprattutto la credibilità di una donna, la insulta sessualmente, chi insinua che per arrivare ad un obiettivo, (magari se giovane e bella), ella ha scambiato lavoro o potere con favori sessuali dice, in realtà, molto della propria sessualità, e della propria visione del piacere, del corpo, della sessualità, delle relazioni e quindi anche della società e della politica: quell’insulto, quella volontà di ridurre, è un racconto che svela l’incapacità di vivere la propria sessualità come gratuità, piacere e relazione, invece che come potere e strumento per ottenere qualcosa.

Le donne, (quasi tutte le donne) dice il sottotesto di ogni offesa sessista, riescono ad ottenere quello che vogliono perché gli uomini sono incapaci di resistere al richiamo (pare irresistibile e incontenibile) della sessualità. Ma davvero questo pensano di sé, del loro corpo e della sessualità, tutti gli uomini?

Alcune riflessioni interessanti su quanto avvenuto in Parlamento le ha fatte Massimo Lizzi sul suo blog, utili perché è urgente che anche voci maschili si mettano in gioco su questi temi.

Manifestazioni di sessismo in Parlamento non sono nuove in Italia: sin dagli anni ’80, e con buona pace di chi nega questa storia ingloriosa, si sono avvicendati episodi che hanno coinvolto parlamentari di ogni parte politica, perché nessuna ideologia, credo, appartenenza di movimento ne è mai, a prescindere, immune.

Ma la novità allarmante è che questo comportamento sia oggi adottato da chi dice di voler rovesciare la logica del potere ancora saldamente in sella, da chi rifiuta di appellarsi onorevole e rivendica la cittadinanza contro il privilegio, il collettivo contro il personalismo, la passione partecipata contro il compromesso al ribasso.

Colpisce che i trenta/quarantenni del movimento usino espressioni per umiliare le donne che sono patrimonio dei settantenni avversari. Gli avversari che giurano di aborrire, quelli più volte dati per morti anche se camminano, loro e le loro idee.

La domanda è: quanto del decrepito e malvagio repertorio dei padri e dei nonni intride ancora i loro immaginari, il loro vocabolario conscio e inconscio? Quanto è pericoloso il non soffermarsi a ragionare sulla ferita che produce l’insulto sessuale in un luogo simbolico come il Parlamento? Quanto si rischia, se non si ragiona sulle relazioni tra gli uomini e le donne nella politica, di rendere vano un progetto di cambiamento da più parti annunciato e auspicato?

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