Un frate rimbocca le coperte dei poveri. Ogni mattina, Jan si sveglia prima delle cinque, prima che il treno riparta. Ringrazia Dio che è ancora sulla terra. Poi pensa al frate della sera avanti, è tutto molto confuso, ricorda con fatica l’esortazione a credere enunciata sommessamente da quel padre, ricorda  il frate che si avvicina con qualcosa sulle mani, la sua coperta inutile gettata sulle spalle, inutile come la sua fattezza di uomo che teme a riconoscersi. La stazione Greco Pirelli non è un buon posto la sera, Jan decide di dormire sui treni che partono alle cinque, è giovane. Ma è tutto perduto oramai, questo lo dico io che vi scrivo brevi post soltanto per raccontarvi di questa gente, con la certezza e la rabbia di non poterli raggiungere, non poterli salvare, da qui, da dove mi trovo.

Oh sì, certo, direte, vai, in ogni città ne troverai qualcuno. Intanto vi riferisco della stazione di Milano, la Greco Pirelli, dove ci sono uomini che temono di non svegliarsi una mattina, perché come scriveva anche Orhan Pamuk bastano tre minuti per scivolare dal sonno alla morte, così si muore di freddo, bastano tre minuti. Le buone intenzioni possono salvarli? O la carità di quel padre, la pietà del frate che scende persino all’inferno per raccoglierli. Ma poi li raccoglie, se li porta a casa, dove non moriranno per una notte, avranno un letto, e una coperta? Ma esiste davvero un prete della strada, coerente fino alla fine? Certe volte, la notte, Jan sbarra i suoi occhi chiari e obnubilati dall’alcol e dalla cecità incipiente. E la sua cecità e la sua gamba offesa sono state anche un po’ cagionate dal freddo che procurano gli altri in special modo, quelli che non lo vedono, che tirano dritto.

Datemi un nome, un indirizzo dove io possa mandare Jan così che non muoia, dove possa trovare un prete che sia un padre. Ho imparato da uomini come Jan a non credere alle omelie che non sono militanti. Ho imparato a litigare con i preti che non aprono le porte della chiesa così che uomini come Jan non temano i tre minuti di scivolamento, verso la dimenticanza, il viaggio la morte. Aprite le porte, vi supplico. In stazione a Milano, potremmo celebrare ogni giorno la giornata della memoria, ogni giorno indicando tutti gli uomini perduti che la frequentano. E invece non li ricorda nessuno. E le nostre giaculatorie fasulle si perdono nella distrazione di vaghi mea culpa, scalciate da certe personalissime accoratissime remore da esibizionisti. I nostri fatti minuziosi ordinari che non incontreranno mai per indolenza nient’altro che noi stessi. Eppur propensi alle apologie delle giornate intitolate, io per prima, ma con alcuni se che opporrei, non al momento. Perché di uomini come Jan il mondo un po’ se ne frega, e sono la misura con cui inchiodare la miseria morale che ci ha contagiati tutti, la patinata velleità che chiamiamo società civile, di cui mi vergogno sommamente.