Se in un prossimo futuro saremo in grado di far crescere frutta e verdura su Marte il merito sarà di un brevetto italiano. Anzi, sardo per la precisione. Frutto del lavoro di cinque ricercatori che, a dispetto dei tagli e della crisi, hanno deciso di restare nel nostro Paese. E che, nonostante le promesse di una carriera folgorante all’estero, non ci pensano neanche a lasciare il loro laboratorio all’università di Cagliari. Perché, dicono, “non c’è niente di più stimolante che costruire in mezzo al deserto”. Con questo motto nella testa, Giacomo Cao, Alessandro Concas, Gianluca Corrias, Roberta Licheri, Roberto Orrù e Massimo Pisu hanno messo a punto un procedimento che permette di utilizzare il suolo e l’atmosfera di Marte e della Luna per produrre mezzi di sostentamento per l’uomo nello spazio.

Il progetto – parte del programma Cosmic – è stato brevettato nell‘Unione Europea, negli Usa, in Cina, in Russia e in Giappone e ha già ottenuto il riconoscimento ufficiale della Nasa, che potrebbe sperimentarlo nelle prossime missioni. A capo del team c’è proprio Cao, ordinario di Principi di ingegneria chimica nel dipartimento di Ingegneria meccanica, chimica e dei materiali dell’Università sarda e ricercatore del Crs4. Un cervello che, dopo aver sperimentato i fasti della ricerca scientifica negli Stati Uniti, ha deciso di tornare. E di restare.

“Abbiamo registrato quattro brevetti, per un totale di due tecnologie. La prima permette di produrre mattoncini, ovvero elementi strutturali sulla Luna e su Marte a partire dai suoli locali. La seconda “consente di sfruttare le risorse del suolo marziano per produrre quanto necessario al sostentamento degli astronauti sul pianeta rosso”, spiega. Tradotto: grazie a questo sistema, presto potrebbe essere possibile fertilizzare il suolo del pianeta rosso per far crescere frutta e verdura. E coltivare micro alghe da trasformare in cibo per gli astronauti.

Al programma hanno collaborato 15 persone, fra le quali i cinque ricercatori sardi. Il più giovane è Gianluca Corrias, 31 anni e fresco di dottorato. Il più “anziano” è Cao, che di anni ne ha 53 e che ha scommesso sul nostro Paese a dispetto di tutto. “Anche io come altri miei colleghi ho passato un lungo periodo negli Stati Uniti – racconta -. Poi improvvisamente ho deciso di tornare. Sono stato folgorato nel corso di una cena proprio negli Usa. Sedeva a tavola con me un professore universitario indiano, che aveva ottenuto il dottorato a Cambridge e che aveva deciso di lavorare in patria. In quell’occasione mi disse che non esiste stimolo più grande di costruire qualcosa in mezzo al deserto. Questa frase mi ha illuminato: ho fatto le valigie e sono rientrato”. Senza mai più pensare di trasferirsi all’estero.

“Sono felice della mia scelta, nonostante le difficoltà. E lo sono anche i miei colleghi più giovani che hanno collaborato al progetto, sono tutti fermi nell’intenzione di investire in questo Paese – spiega -. Speriamo solo che anche l’Italia, come gli Stati Uniti e il Giappone, si decida a investire il 4% del Pil nella ricerca scientifica. L’attuale 1% è davvero un’inezia”. A causa della quale anche gli stipendi sono più bassi. “E’ vero, ma non è per i soldi che invidio i miei colleghi americani – ammette Cao -. E’ più che altro per le infrastrutture che hanno a disposizione. Noi dobbiamo vedercela con una mole di burocrazia che rende tutto complicatissimo. Altrove la ricerca è resa decisamente più agevole”. Come i finanziamenti, che arrivano senza eccessive complicazioni. “In Italia le cose sono un po’ diverse – conclude Cao -. Per far crescere questo progetto ho chisto un finanziamento di dieci milioni di euro in tre anni. Ho spinto fino ai massimi livelli per ottenerelo, perché è fondamentale. Ma ancora oggi faccio fatica a ottenere qualche risposta. Queste sono le cose che dispiacciono di più”. Ma che non tolgono l’ottimismo a chi riesce ancora a credere nella ricerca in Italia.

di Daniela Uva