Johan Cannarella e Joshua Spechler, dottorandi alla Princeton University, non potevano immaginare che Mark Zuckerberg e quelli di Facebook fossero terribilmente permalosi. Ignorando che la suscettibilità è sempre in agguato, i due studenti del Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale dell’importante ateneo americano hanno pensato bene di redigere una documentatissima ricerca basata sui sistemi di tracciamento degli sviluppi delle infezioni virali. Peccato che il loro studio “Epidemiological modeling of online social network dynamics” si sia rivelato una ferale predizione, secondo la quale Facebook avrebbe iniziato il suo declino e sarebbe destinato a perdere l’80% dei suoi utenti entro il 2017 per poi sparire rapidamente. Senza scomodare il ricordo di Second Life e di altri effimeri fenomeni, i due ragazzi hanno citato il caso di MySpace, del suo picco nel 2008 e della sua eclissi maturata nel giro di tre anni. A suffragare la loro tesi Cannarella e Spechler hanno riportato trend di consultazione e di ricerca di Google e altre statistiche, così da assicurare asettici toni scientifici al loro prodotto.

Il timore di una “sfiga epocale” ha subito scosso chi lavora al 1061 di Willow Road, a Menlo Park in California. Dopo un istintivo ricorso ad amuleti di ogni sorta, il quartier generale di Facebook si è immediatamente messo all’opera per replicare alle funeste previsioni. Chi si aspetta una smentita di quanto azzardato dai due futuri PhD, si sbaglia. Mike Develin e i suoi collaboratori Lada Adamic e Sean Taylor del Data Team di Facebook – dopo aver mostrato curiosità verso la metodologia utilizzata dai due impertinenti dissacratori – hanno ritenuto opportuno servirsi della medesima dinamica di valutazione. Non lo hanno fatto per sbriciolare le sgradevoli supposizioni a scapito del social network, ma per ricambiare la “cortesia” e lanciare a loro volta un bestiale anatema nei confronti di Princeton. Nessun dossier ma una semplice nota su Facebook vergata da Develin, corredata da qualche piccolo grafico e intitolata “Debunking Princeton”: la replica è stata fatta in pieno stile da “post” su Internet, con quelle stesse espressioni piccate e un po’ sconclusionate con cui certi depressi cronici sfogano sul web amarezze e insoddisfazioni.

Mike Develin (che nel suo blog mdevelin.wordpress.com non fa mistero di avere problemi di depressione) avverte che è la Princeton University ad avere vita breve. L’uomo di Facebook scrive che “Princeton è un istituto di istruzione superiore e, finché avrà studenti, andrà tutto bene” e subito dopo lancia una sorta di maledizione fondata non sulla lettura dei fondi di caffè, ma sulla interpretazione dei risultati di Google Trends e sul calo delle ricerche online mirate a sapere qualcosa dell’Ateneo in questione. Il giovane Mike è inesorabile e spara che Princeton nel 2018 avrà solo la metà dell’attuale volume di iscrizioni e nel 2021 non ci sarà più nessuno studente interessato a seguire i corsi nella prestigiosissima scuola del New Jersey.

In chiusura il buon Develin diventa simpatico e approfitta del suo post per fare osservare che Google Trends evidenzia un calo anche per la chiave di ricerca “aria”. La circostanza potrebbe far presumere che entro il 2060 non ci sarebbe più aria con apocalittiche conseguenze per il pianeta ed effetti ben più gravi della scomparsa della Princeton University… Non ci importa chi abbia ragione. Se sono in qualche modo valide le riflessioni di Johan Cannarella e Joshua Spechler e si può quindi riconoscere una similitudine tra social network e forme virali presenti in natura, Facebook se vorrà sopravvivere dovrà programmare la propria mutazione genetica per sconfiggere gli anticorpi comportamentali che poco alla volta corazzano i fruitori di opportunità multimediali già condizionati da Instagram, Whatsapp e quant’altro sta modificando le dinamiche di socializzazione e condivisione. 

Il Fatto Quotidiano, 28 gennaio 2014

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