Il re della rimozione auto di Bologna, Michele Delfiore è stato condannato dal tribunale del capoluogo a 10 mesi e 20 giorni con la sospensione condizionale, per istigazione alla corruzione. Secondo i giudici l’imprenditore – che si occupa di portar via le macchine in divieto di sosta all’interno di proprietà privatà, compresi centri commerciali, parcheggi condominiali – nel giugno 2008 tentò di corrompere due carabinieri che lo avevano fermato. Gli uomini dell’Arma infatti lo pizzicarono mentre, proprio alla guida di uno dei suoi carri attrezzi, passava con il rosso in un semaforo nella zona nord della città, vicino alla sede della sua ditta. Secondo l’accusa, una volta raggiunto nella sua azienda, i due carabinieri si sentirono dire da Delfiore che se avessero evitato di fargli la multa allora lui, in caso di eventuale rimozione delle loro auto private, avrebbe chiuso un occhio. Il collegio giudicante (le motivazioni saranno depositate nel giro di un mese), potrebbe quindi avere ritenuto questa avances come una vera e propria proposta di ‘immunità’ dalle rimozioni a favore dei militari, in cambio di una multa non elevata in quell’occasione.

Il tribunale peraltro ha accolto praticamente in pieno le richieste fatte durante la requisitoria dal pubblico ministero Simone Purgato, che in udienza aveva chiesto 11 mesi. “Credo che l’offerta non fosse seria, né suscettibile di poter turbare i carabinieri tanto da commettere un atto contrario ai doveri d’ufficio”, spiega a ilfattoquotidiano.it l’avvocato Enrico Ferrini, difensore di Delfiore. “Noi contestiamo che Delfiore, che è incensurato, abbia usato le parole ‘chiudere un occhio’. Certo, è possibile che nel corso di una accesa discussione con gli uomini dell’Arma, il mio assistito abbia chiesto loro conto del perché venisse trattato in quella maniera. Anche perché lui e la sua ditta lavoravano con le forze di polizia ogni giorno, per esempio il deposito giudiziario dei veicoli”.

In merito allo stesso episodio i due carabinieri avevano denunciato Delfiore anche per ingiurie. Ma il procedimento si è fermato davanti al giudice di pace per remissione della querela. I militari sono stati sentiti come testimoni chiave nel dibattimento sul tentativo di corruzione: “I due hanno riportato in aula che quella fu una conversazione concitata, con parole confuse. Hanno detto di non aver capito tutto quello che nella foga della discussione era stato detto da Delfiore. Solo dopo hanno dato questa interpretazione delle parole del mio assistito che ha portato a questa condanna”, ha spiegato l’avvocato Ferrini. Evidentemente però i giudici hanno ritenuto quella interpretazione come genuina. La difesa però annuncia ricorso: “Certamente faremo appello”.