Un ringraziamento via mail a quanti lo hanno aiutato a scongiurare il rischio che la sua storia finisse nel buco nero delle tante disavventure dei “pionieri del digitale” italiani e la pubblicazione su Facebook della foto dei 4 iPad della discordia, tornati al loro posto tra le mani dei clienti con tanto di invito a un happy hour per festeggiare il trionfo del buon senso.

E’ questo il lieto fine della storia di Gina La Piadina, ormai celeberrima piadineria di Asti il cui proprietario, nei giorni scorsi si era visto sequestrare quattro tablet messi a disposizione della clientela per ingannare l’attesa ed elevare, dalla guardia di finanza una multa di oltre cinquemila euro per aver violato una delle tante leggi malscritte che, purtroppo, continuano ad ostacolare la diffusione della tecnologia nel nostro Paese ed a costringere cittadini ed imprenditori a trasformare le gesta dei pochi cittadini ed imprenditori che provano a guardare al futuro in gesta di autentico “eroismo civico”.

Alla fine – come scrive lo stesso Roberto Cairo, gestore della piadineria – ha prevalso il buon senso e gli uffici dell’Agenzia  delle dogane, area monopoli di Alessandria hanno convenuto sul fatto che un iPad non è un video gioco e, soprattutto, che mettere a disposizione del pubblico un iPad in una piadineria non la trasforma in una bisca o, semplicemente, in una sala giochi.

Tutto è bene quel che finisce bene, potrebbe chiosarsi ma, forse, sbaglieremmo.

Non è normale un Paese nel quale ci si ritrova a dover festeggiare il trionfo del buon senso nell’applicazione della legge o il dissequestro di quattro tablet che non avrebbero mai dovuto essere sequestrati.

E non è normale il Paese nel quale  un imprenditore deve festeggiare lo scampato pericolo per l’annullamento di una multa da oltre cinquemila euro, comminatagli solo per aver messo a disposizione dei propri clienti quattro iPad.

E’ inevitabile festeggiare l’epilogo positivo di questa vicenda ma, ad un tempo, guai a dimenticare che non è dato sapere come sarebbe andata a finire se il tam tam mediatico non avesse portato la storia della maxi multa alla piadineria di Asti alla ribalta della cronaca e non avesse trasformato una delle tante derive burocratiche contro-innovative in un caso nazionale.

Quante altre storie come quelle di Gina La Piadina avvengono, ogni giorno, nel nostro Paese senza che i media se ne accorgano? E quante altre storie come questa dobbiamo accettare si consumino prima di renderci conto che bisogna, di corsa, cambiare rotta e che leggi devono premiare chi investe in tecnologia e digitale e non, invece – come il più delle volte accade – rendergli la vita difficile o, addirittura, trasformare un’attività come la vendita di piadine in “pericolosa” solo perché condita con un po’ di digitale.

Il nostro “futuro” che altrove si chiama “presente” è, anche, funzione delle leggi attraverso le quali chi governa il Paese premia certe iniziative e ne punisce certe altre.

Mettere a disposizione internet degli avventori di un locale pubblico dovrebbe essere obbligatorio come è obbligatorio consentire loro di utilizzare un bagno e lo Stato dovrebbe avviare un programma di sgravi fiscali per chi mette a disposizione della clientela qualsiasi genere di nuova tecnologia, contribuendo così all’alfabetizzazione digitale dei cittadini.

La vicenda di Gina La Piadina, racconta che, al contrario, attualmente, lo Stato punisce chi strizza l’occhio al digitale.

Festeggiamo il lieto fine ma con piadine all’agrodolce.  

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