Sembra il classico gioco delle tre carte, con l’asso che al momento giusto scompare. In questo caso a scomparire magicamente, per poi materializzarsi all’improvviso, è la crisi del governo di Rosario Crocetta, già abbandonato virtualmente dal Pd nel settembre scorso, e poi sopravvissuto alla mozione di sfiducia del Movimento Cinque Stelle e all’approvazione della legge finanziaria. La crisi, dimenticata nel freezer per quattro mesi, adesso però è riesplosa: dopo aver abbracciato per tre lunghi anni Raffaele Lombardo, il Pd non riesce a trovare armonia con l’unico governatore eletto  dal centrosinistra nella storia recente della Regione Siciliana. Il motivo, depurato da dichiarazioni d’occasione, è alla fine sempre lo stesso: poltrone. Nella fattispecie trattasi di poltrone da assessore regionale, che i democratici vogliono da mesi affidare a parlamentari fedeli al partito.

Dal giorno della sua elezione, Crocetta si è affidato ad assessori tecnici, indicati dai partiti politici, ma che sono diventati presto di sua esclusiva fiducia. Situazione che i vertici del Pd regionale non hanno mai gradito, chiedendo a più riprese un rimpasto: ipotesi sempre scartata dal governatore, che aveva quindi portato i democratici a mollare la maggioranza. “Noi non ci riconosciamo più nell’azione del governo Crocetta” aveva annunciato il segretario siciliano del Pd Giuseppe Lupo, dopo la direzione regionale che il 23 settembre scorso aveva sancito l’abbandono dei democratici al presidente che avevano eletto meno di un anno prima. Settimane di incontri, colloqui riservati e perfino un paio di viaggi nella capitale avevano portato Crocetta a salvare il suo governo dall’insidia di una mozione di sfiducia, subito presentata dai Cinque Stelle, ma respinta dall’Assemblea regionale siciliana grazie al sostegno ampie fette del centro destra e ai voti del Pd, tornato repentinamente sui suoi passi di fronte allo spettro di nuove elezioni.

Da allora, però, nello scacchiere politico democratico, molto è cambiato e alla porta di Crocetta hanno iniziato a bussare anche i renziani, reduci dalle vittoriose primarie di dicembre. “Finora niente rivoluzione, o si cambia o si va al voto” ha attaccato Davide Faraone, luogotenente siciliano di Matteo Renzi e nuovo responsabile welfare del Pd. Faraone è uno degli 83 indagati coinvolti nell’inchiesta sulle spese pazze all’Ars: deve rendere conto di 3 mila e trecento euro prelevati dai fondi del gruppo parlamentare democratico.

L’inchiesta esplosa a Palazzo dei Normanni si incrocia pericolosamente con la sopravvivenza del governo Crocetta. Proprio durante la discussione delle legge finanziaria, a Palazzo dei Normanni sono piombati avvisi di garanzia a grappoli: il record di deputati indagati spetta proprio al Pd, con nove onorevoli coinvolti nell’inchiesta sulle spese fuori controllo dei gruppi parlamentari. Ecco quindi che Crocetta, dopo aver ventilato l’ipotesi del rimpasto, è tornato nuovamente a chiudere le porte della sua giunta al Pd: “Non metterò i chiodi sugli indagati, ma si aspettano le conclusioni, ma non mi pare carino che in un momento in cui si è indagati, fare finta che non lo si sia” ha dichiarato, portando nuovamente il suo partito sul piede di guerra. E dato che mercoledì è previsto un vertice di maggioranza, il segretario Lupo ha di fatto riaperto la crisi : “Crocetta? Non siamo più nella sua maggioranza, per noi non esiste più da mesi una maggioranza”. La polemica è definitivamente deflagrata, quando il governatore ha replicato in modo colorito :“Veramente il Pd ha partecipato regolarmente in questi mesi ai vertici. Se Lupo ha cambiato idea, che Dio lo possa aiutare. Che Dio l’assista”.

La sensazione è che una svolta alla situazione siciliana possa essere trovata direttamente a Roma: è lì, secondo fonti vicine al governatore, che vanno individuati i mandanti della crisi odierna. Con le elezioni europee all’orizzonte, il governo Letta che potrebbe anche cadere in tempi brevi e la corsa  appena aperta alla segreteria siciliana del Pd, l’ipotesi di sfiducia a Crocetta potrebbe essere l’occasione giusta per riassestare i rapporti di forza interni al partito. Una sorta di harakiri per i democratici, disposti, come ultima ratio, a far fuori il governatore eletto appena 15 mesi fa, al quale è stato rimproverato anche di essersi fondato un partito personale, Il Megafono, per mesi pomo della discordia in casa Dem, e poi gradualmente abbandonato da Crocetta. Nel frattempo, però, il governo  potrebbe avere le ore contate. Il segretario Lupo è tornato a chiedere le dimissioni degli assessori tecnici in quota Pd, pena l’espulsione, dimenticando di averle già chieste ad ottobre, quando quasi tutti (a parte il titolare del bilancio Luca Bianchi) avevano manifestato fedeltà a Crocetta, rimanendo in carica, senza che nessuno traducesse l’espulsione da minaccia in fatto concreto. Il gioco delle tre carte, insomma, continua.

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