Un plebiscito, il 96,2% di “sì” per la Costituzione, consacra il governo militare che lo scorso luglio ha destituito il presidente Mohammed Morsi. I dati sono ancora ufficiosi – la commissione elettorale li annuncerà oggi – ma sono già sufficienti all’esercito per parlare di “vittoria della democrazia”. L’unico punto debole, e che tradisce le aspettative, è l’affluenza del 38,5%, solo cinque punti percentuali in più del referendum sulla Costituzione islamista del 2012.

Nei dati divisi per governatorato il “no” non supera mai la soglia del 7  per cento, un chiaro segnale che la parte di opinione pubblica egiziana in disaccordo con la carta ha preferito l’astensionismo e ha accolto l’invito dei Fratelli Musulmani e di diversi gruppi rivoluzionari. Intanto, cresce sempre di più l’attesa sulle prossime mosse del capo delle forze armate El Sisi e sulla sua probabile candidatura. I media egiziani dipingono il generale come un predestinato alla guida del paese mentre per le strade del paese non c’è prodotto, dalle t-shirt alle cupcakes, che non abbia la sua immagine.

Questa adorazione popolare si respirava anche alle urne dove il “sì” alla costituzione era spesso associato alla candidatura del generale. “Io credo che molta gente potrebbe restare delusa se non partecipasse alle elezioni”, spiegava Magda mercoledì scorso mentre era in fila per votare nel seggio di Zamalek. Al momento sembra che le elezioni presidenziali potrebbero svolgersi prima delle parlamentari. In merito al disaccordo nella costituente, spetta alla presidenza emettere un provvedimento ad hoc.

La vittoria di El Sisi, nel caso di una sua candidatura, sarebbe resa più semplice anche da un’ opposizione resa sempre più debole dalla repressione dei militari. La grande macchina elettorale dei Fratelli Musulmani, è stata completamente decapitata. Quasi tutti i suoi vertici sono in carcere mentre il movimento circa un mese fa è stato dichiarato un’organizzazione terroristica dal nuovo governo egiziano. Inoltre, la sua costola politica, il partito Giustizia e Libertà, è ormai fuori legge perché la nuova costituzione, tramite l’articolo 74, bandisce gli schieramenti fondati su base religiosa.

Per quanto riguarda i partiti laici, la maggioranza ha deciso di appoggiare il governo sin dal giorno della deposizione di Morsi causando un’implosione del Fronte di Salvezza Nazionale che ha annunciato il suo scioglimento. Restano i rivoluzionari, anche loro con diversi leader in carcere dal noto blogger Alaa Abdel Fattah ad Ahmed Maher, fondatore del movimento 6 aprile.

Sono loro a pagare il prezzo più alto di questa polarizzazione politica mentre, annaspando nella repressione, continuano a fronteggiare diversi problemi di organizzazione e la difficoltà di trovare unità su un eventuale leader in vista delle elezioni. L’ultima speranza, con alti e bassi, era stata Mohammed El Baradei. La storia è nota: il suo Fronte di Salvezza Nazionale ha appoggiato l’autoritarismo dell’esercito voltandogli le spalle. Le sue dimissioni dal governo transitorio, e il conseguente abbandono della vita politica, restano uno dei fallimenti politici più grandi per chi pensava di trovare in lui un degno rappresentate delle richieste di piazza Tahrir.

Nonostante ciò molti analisti avvertono che la candidatura del capo delle forze armate potrebbe essere un errore. La crisi economica egiziana resta una delle più dure della storia e il governo per ora fa cassa solo grazie ai prestiti stranieri. Lo scenario, dunque, è sempre lo stesso che porto gli egiziani a ribellarsi contro Mubarak nel 2011 e poi, dopo appena un anno di governo, contro Morsi lo scorso 30 luglio. “Ora tutti amano El Sisi ma la gente continua a morire di fame”, afferma l’attivista Omar Robert Hamilton. “La situazione è drammatica e la rabbia sociale, repressione o meno, potrebbe tornare nelle strade anche con El Sisi”.