Ciak, si gira… la lingua. Tra candide coltri e complice ironia, il sornione Michael Fassbender pratica il connilingus all’arrapatissima Penelope Cruz. Ma è il primo, brutto segno: hai a disposizione “l’uomo che può giocare a golf con le mani dietro la schiena” (courtesy George Clooney, chi ha visto Shame sa di che parla …) e non lo sfrutti? Sarà, ma il peggio deve venire, e ha due facce: Ridley Scott, per cui ormai il carrello è quello dei bolliti, e Sua Maestà scrivente il premio Pulitzer Cormac McCarthy, già abbondantemente saccheggiato dal cinema, da Non è un paese per vecchi dei Coen a On the road, e qui sceneggiatore originale per la prima volta. 

Speriamo sia l’ultima, senza scherzi, perché se Mr. Scott esegue in automatico il suo compitino registico, tributando fedeltà canina al verbo di McCarthy, “il” romanziere americano inchiostra le 116 pagine dello script, parrebbe, con lo scopino del cesso. Dovrebbe sapere, viceversa, qualcuno dovrebbe averglielo detto, che passando da carta a schermo le battute non suonano uguali: si chiama traduzione, trasposizione, quel che volete, ma The Counselor – Il procuratore non se ne cura. Parentesi: se non bastassero Ridley e Cormac, a far confusione ci si mette pure la nostrana 20 th Century Fox, traducendo il titolo con licenza ultra-poetica. In americano, “counselor” è “avvocato”, e così il doppiaggio appella il personaggio di Fassbender per tutto il film, mentre il sottotitolo opta per “procuratore”: che dire, forse nel nostro Paese pallonaro “procuratore” paga di più al box office, forse l’exemplum di Ghedini e altri principi del Foro sconfessa qualsiasi apparentamento? Bah.

Due parole sulla trama: un bell’avvocato pensa di essere er mejo fico der bigonzo, si fa prendere dalla – e per la – gola e al confine tra Usa e Messico entra in un letale putridume di narcos e faccendieri, mediatori e maliarde, tra cui ravvisiamo i bei faccini del frescone Javier Bardem, il socratico Brad Pitt, la coatta Cameron Diaz e via sprecando cachet e, qualche, talento. Le atmosfere, il milieu, il mood pescano abbondanti dal pessimismo cosmico di Cormac e tingono di nero disperazione su sfondo ultrapop, ma finiscono per occhieggiare a Savages (Le belve) della coppia Don Winslow e Oliver Stone, già meritoriamente massacrato dalla critica nel 2012: The Counselor finisce per restituirgli dignità.

Perché il sommo Cormac sbaglia quasi tutto: incongruenze evitabili con un mero corso di sceneggiatura per corrispondenza (su tutte, un cavo d’acciaio teso su una statale ore e ore prima che il target passi…), pretenziosità para-filosofiche come se piovesse, digressioni da stroncare nella culla Tristram Shandy e battute da consegnare ai postumi di una sbornia, ovvero precotte: “La verità non ha temperatura”; istrioniche: “L’avidità è sopravvalutata. Non la paura”; Pollicine: “La più piccola briciola può divorarci” e ma(s)chissime: “Mi sono sempre piaciute le donne intelligenti, ma è un hobby costoso”.

Dulcis in fundo, una scena di masturbazione da rimettere nell’angolo i nostri Pierini e annichilire il buon Tinto Brass: Cameron Diaz fa l’amore col parabrezza di una gialla Ferrari, strusciandosi smutandata e depilata di fronte all’attonito Bardem nell’abitacolo. Già bella in sé, l’autoerotica parentesi è vieppiù ingentilita da Cormac, che per rendere sonora giustizia a Cameron estrae dal cilindro l’analogia del secolo: il risucchio dei pesci-gatto sul fondo dell’acquario. Chapeau, e un sospetto: non è che l’ineffabile McCarthy abbia trovato sensuale ispirazione in famiglia, grazie all’ex moglie Jennifer che qualche giorno fa a Santa Fe ha puntato la rivoltella alla tempia del nuovo fidanzato dopo essersela estratta dalla vagina?

Il Fatto Quotidiano, 16 gennaio 2014