Il botto si sente in tutta Milano, in quell’afosa serata di luglio. Erano le 23,14 e c’era ancora tanta gente in giro, sui Navigli, a Brera. Via Palestro, per fortuna, era deserta. Ma quando l’autobomba esplode, attorno alla Fiat Uno c’erano vigili del fuoco e vigili urbani, chiamati sul posto perché dal cofano di un’auto parcheggiata usciva del fumo. Così la notte del 27 luglio 1993 muoiono Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, vigili del fuoco, e il “ghisa” Alessandro Ferrari. Poco più in là, su una panchina dei giardini pubblici, dormiva Driss Moussafir, arrivato dal Marocco per finire la sua vita in una città dove sarebbe stato considerato uomo di serie B anche da morto. Il Pac, il Padiglione d’Arte Contemporanea di via Palestro, non c’era più. Distrutto dall’esplosione. Accorrono molti milanesi che lasciano la cena o il gelato a metà. Applaudono, quando vedono il pm Gherardo Colombo e il procuratore Francesco Saverio Borrelli, impegnati in quei mesi nelle indagini di Mani pulite. Ma la notte del 27 luglio 1993 è drammatica anche a Roma: poco dopo il botto di Milano, nella capitale esplodono altre due bombe, che danneggiano le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. Che cosa sta succedendo nell’Italia che ha scoperto Tangentopoli e che in pochi mesi ha dovuto assistere alle stragi in cui sono morti Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e Paolo Borsellino (19 luglio 1992), e poi a quella di via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993)? Il crollo della Prima Repubblica

Alle elezioni del 5 aprile 1992, con la sconfitta dei partiti delle tangenti, era morta la Prima Repubblica. Quel giorno era iniziata una tumultuosa transizione. Il 21 aprile 1993 Giuliano Amato si dimette da presidente del Consiglio. Il 26 aprile Carlo Azeglio Ciampi riceve l’incarico di formare il nuovo governo. Il 13 maggio il Senato concede l’autorizzazione a procedere nei confronti di Giulio Andreotti, che i magistrati palermitani vogliono processare per mafia. Il 14 maggio un’autobomba destinata a Maurizio Costanzo scoppia in via Fauro. Il 27 maggio, a Firenze, esplode una bomba in via dei Georgofili. Il 2 giugno, davanti a Palazzo Chigi, sede del governo, viene individuata una Fiat 500 imbottita d’esplosivo. Il 23 luglio a Milano muore Raul Gardini, ex numero uno della Ferruzzi, e si celebrano i funerali di Gabriele Cagliari, ex presidente dell’Eni, suicida tre giorni prima in cella. Il 26 luglio la Democrazia cristiana, ininterrottamente partito di governo dal dopoguerra, decide il suo scioglimento. Gli autotrasportatori avevano minacciato uno sciopero a oltranza e la mattina del 27 le prefetture informano il presidente del Consiglio che le agitazioni rischiano di bloccare alimentari e carburante alla vigilia dell’esodo estivo. È in questa situazione cilena che nella notte tra il 27 e il 28 luglio scoppiano quasi contemporaneamente le tre autobombe a Milano e a Roma. Quella notte Palazzo Chigi resta per tre ore misteriosamente isolato e senza possibilità di comunicare con l’esterno. 

Le indagini s’indirizzano verso gli uomini di Cosa nostra. Ma Ciampi è preoccupato per lo strano black-out di Palazzo Chigi. Dopo la notte delle bombe, annuncia di voler riformare i servizi segreti e decide, a sorpresa, di partecipare alla manifestazione del 2 agosto 1993 in commemorazione della strage di Bologna del 1980. Dal palco, dirà: “È contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune”. Anni dopo aggiungerà: “Ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi”. Quale “torbida alleanza di forze” scatenò e gestì le stragi del 1993? Chi, sul fronte della “destabilizzazione politica”, faceva da sponda alla “criminalità comune”? Di quella misteriosa stagione di sangue, messaggi, trattative e “papelli”, la strage di via Palestro resta ancor oggi, vent’anni dopo, la più indecifrabile. Condannati i mandanti militari: i boss di Cosa nostra. Condannati gli esecutori materiali, ma con qualche dubbio ancora aperto, con un condannato che si dichiara innocente e un assolto non più processabile su cui tornano ad addensarsi i dubbi di colpevolezza. Ancora sconosciuti i cosiddetti “mandanti a volto coperto”. Ancora indistinti i contorni delle trattative certamente in corso in quei mesi tra Cosa nostra e Stato, forse anche con altri interlocutori, uomini dei servizi segreti, faccendieri di logge massoniche, imprenditori intenti a fondare nuovi partiti politici. Chi sono le “menti raffinatissime” che hanno suggerito ai mafiosi i sofisticati obiettivi da colpire? La maggior parte dei milanesi non sa, ancora oggi, che cosa sia il Pac: come hanno fatto a individuarlo i boss palermitani, non proprio dei grandi esperti d’arte contemporanea? I buchi nell’indagine

Ecco. I buchi aperti nell’indagine partono da qui. Il Pac: com’è stato scelto l’obiettivo? Da chi? E ancora: era davvero l’obiettivo? Tutte le bombe del 1993 sono rivolte a musei, monumenti, luoghi d’arte. Certo che a Milano, nel campo, c’è di meglio: il Teatro alla Scala, per esempio, non troppo lontano dal Pac. A poca distanza c’è anche il Palazzo dei giornali di piazza Cavour, dove avevano sede il Giorno, la Stampa, l’Ansa. Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza rivela: “A Milano sorsero problemi e l’obiettivo venne mancato di 150 metri”. In via Palestro 6 c’era il Centro europeo di comunicazione, una sede massonica che faceva riferimento al Gran Maestro Giuliano Di Bernardo. Lì vicino c’era una sede coperta dei Servizi segreti. E al numero 14 della vicinissima via Senato ci sono gli uffici di Marcello Dell’Utri. La bomba-segnale scoppiata in via Palestro, che probabilmente doveva esplodere senza fare morti, serviva a mandare messaggi agli uomini dei servizi? A quelli della massoneria? A una vecchia conoscenza di Cosa nostra, Marcello Dell’Utri?  

A tutte queste domande non c’è ancora risposta. Le inchieste hanno accertato che l’esplosivo per via Palestro, 100 chili circa di tritolo (dello stesso tipo di quello di Firenze) arriva da Palermo il 23 luglio, su un camion. A bordo ci sono l’autista Pietro Carra e Cosimo Lo Nigro, l’artificiere di Cosa nostra che insegna come dar fuoco alla miccia: “Noi l’accendiamo con un sigaro”. Dalle indagini emerge che coinvolti nell’operazione via Palestro sarebbero Giovanni Formoso e suo fratello Tommaso, Vittorio Tutino e suo fratello Filippo Marcello, oltre a Carra, Lo Nigro, Spatuzza e Francesco Giuliano. Il tritolo viene tenuto per alcuni giorni in un ex pollaio, poi viene caricato su una Fiat Uno rubata da Spatuzza in via Baldinucci, quartiere Bovisa. Infine portato in via Palestro per il gran botto. Restano aperti molti dubbi, specie dopo le nuove rivelazioni di Spatuzza. L’esplosivo viene tenuto nel pollaio di una cascina di Caronno Pertusella (“Abbiamo dormito in un pulciaio”, dicono Lo Nigro e Giuliano), come dicono le sentenze? Oppure ad Arluno, dove abita Tommaso Formoso? Tommaso è stato usato dal fratello, ma senza sapere della strage? É dunque un condannato innocente? E Vittorio Tutino, definitivamente assolto e non più processabile, è invece colui che ha acceso la miccia? Chi guida l’auto fino al Pac? Filippo Marcello Tutino, che abitava a Milano ed era forse l’unico che conosceva la città? C’è qualche altro basista a Milano? Non ne sapevano proprio niente gli uomini di Cosa nostra a Milano guidati da Robertino Enea, che aveva una base proprio in via Baldinucci alla Bovisa? Vent’anni aspettando risposte

Le menti dell’operazione sono i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i boss palermitani di Brancaccio. La notte del 27 luglio sono in una villa di Forte dei Marmi, in Versilia. Il soggiorno è pagato da un imprenditore milanese, Enrico Tosonotti, che gestisce una scuderia dell’ippodromo e che ha contatti con Marcello Dell’Utri. I Graviano sono arrestati un anno dopo, il 27 gennaio 1994, mentre sono a cena nel ristorante “Gigi il Cacciatore” di Elio Boi. Con loro, le fidanzate Rosalia e Francesca e due amici: Salvatore Spataro e Giuseppe D’Agostino, mafiosi di Brancaccio. D’Agostino racconta che era “salito a Milano” perché gli era stato promesso un lavoro all’Euromercato (allora di proprietà di Silvio Berlusconi) e perché suo figlio doveva entrare, grazie a Marcello Dell’Utri, nei pulcini del Milan. Ecco un’altra serie di domande ancora senza risposta: che rapporti c’erano tra i Graviano e Dell’Utri? E tra Dell’Utri e due imprenditori di Milano grandi amici di Vittorio Mangano, Natale Sartori e Antonino Currò, a loro volta in contatto con i fratelli Enrico e Alessandro Di Grusa? Vent’anni dopo, la memoria aspetta risposte. 

Dal Fatto Quotidiano del 27 luglio 2013