La Luna? “Un posto inutile, dove si spreca energia per atterrare e per ripartire”. Marte? “Il primo essere umano che vi sbarcherà è già nato. I mezzi tecnologici esistono, è solo una questione di volontà politica”. La vita sulla Terra? “Forse nata sul Pianeta rosso. I veri marziani siamo noi”. Vantaggi di uno sbarco? “Paragonabili alla scoperta dell’America. Ma occorre unire lo sforzo di tutti. Dobbiamo volerlo come Pianeta Terra”. Sono alcune delle argomentazioni che il presidente dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) Giovanni Bignami illustrerà, come presidente del Cospar (Committee for Space Research) – l’organizzazione mondiale per la ricerca spaziale che riunisce più di 40 Paesi – ai leader delle principali agenzie spaziali del mondo, che il 9 gennaio si incontrano a Washington, in un summit organizzato dall’Accademia internazionale di astronautica. Lo abbiamo raggiunto prima della sua partenza, per farci raccontare gli scenari futuri dell’esplorazione spaziale sia umana che robotica.

Professor Bignami, perché è importante il summit di Washington?
Per due aspetti. Da una parte l’incontro prevede la partecipazione di tutte le più importanti agenzie spaziali al mondo, comprese quelle dei Paesi emergenti. Dall’altra, la Nasa dimostra di voler riprendere un ruolo guida nella politica spaziale mondiale, che negli ultimi anni era venuto meno per diverse ragioni. Su tutte la crisi economica, che favoriva l’individualismo di Bush che avrebbe voluto gli americani da soli sulla Luna, abbandonando il progetto di Marte tutto a favore degli interessi industriali. Interessi che non possono essere l’unico motivo dell’esplorazione spaziale.

Come sta cambiando l’approccio americano?
La Nasa si è trovata di fronte a una situazione difficile. Ma adesso piano piano si sta tornando a parlare di futuro e non di esclusivo interesse economico derivante dalle applicazioni tecnologiche. È la voglia di conquista del futuro che porta benefici di ogni tipo, sociali, civili ed economici. L’appuntamento di Washington, dopo anni difficili, sembra riaprire ad una stagione di grande avvenire per l’esplorazione spaziale.

Quando sarà possibile raggiungere Marte e perché è un obiettivo così importante?
Ripeto spesso che l’uomo che sbarcherà su Marte è già nato, perché già oggi è realisticamente affrontabile. Nel 1998, 16 anni fa, l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) – di cui ero allora direttore scientifico – aveva valutato fattibile un’idea rivoluzionaria di Carlo Rubbia, Nobel e ora senatore a vita, la realizzazione di motori a fissione nucleare basati sull’americio. Ci lavorammo un bel po’, anche facendo insieme un brevetto. Poi cambiò la stagione politica. E abbiamo perso 16 anni e una grandissima occasione. Ora si tratta di mettersi tutti insieme, ancora di più che per la Stazione spaziale internazionale (Iss) e, in piena sicurezza per gli astronauti, mettere piede su Marte.

Quali in concreto i progetti più avanzati e le tappe intermedie di avvicinamento?
Per cominciare, basterebbe un piccolo sforzo e avremmo il propulsore adatto per andare e tornare dopo una breve permanenza. Una base spaziale, anzi un vero e proprio cantiere navale, potrebbe essere realizzata sul punto di Lagrange L1, tra la Terra e la Luna (un luogo dell’equilibrio, in cui gli effetti gravitazionali di Sole, Luna e Terra si bilanciano, ndr). È la base dove montare l’astronave, portata a pezzi inerti dalla Terra. Insomma, tecnologicamente siamo già in grado, si tratta di volerlo politicamente perché è un’impresa che deve mettere insieme le risorse di tutti per essere affrontabile.

Anche l’India ha da pochi mesi lanciato una missione alla conquista di Marte. Finora, però, sembra che le differenti agenzie spaziali, soprattutto di nuovi attori internazionali come la Cina, si muovano in ordine sparso. È plausibile, oltre che auspicabile, una collaborazione tra diverse Nazioni, anche geopoliticamente distanti, per raggiungere Marte?
Lo ribadirò a Washington come presidente del Cospar. Per conquistare lo spazio non si può più parlare in termini di singoli Paesi, neanche in termini di continenti, ma come Pianeta. Come si può pensare di andare su un altro mondo se non come Pianeta Terra. Sarebbe un controsenso. Sulla Terra possiamo anche difendere il nostro orticello, ma se si guarda fuori, se si pensa in grande, bisogna essere altrettanto grandi.

A proposito di pensare in grande, potrebbero arrivare dal Pianeta rosso risposte sull’origine della vita sulla Terra?
La vita forse è nata lì e poi è sbarcata sulla Terra a bordo di meteoriti. In questo senso i veri marziani siamo noi. Ma ancora non lo sappiamo con certezza, mancano le prove scientifiche. E la missione Curiosity da questo punto di vista è stata finora un disastro. Una risposta potrebbe, invece, arrivare nei prossimi anni dalla missione dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea, Exomars.

Quando verrà lanciata e cosa dobbiamo aspettarci da questa missione?
Ha un merito fondamentale: è la prima missione che, con cognizione di causa, ha come obiettivo la scoperta di una vita marziana, passata, presente o futura. Molte sono le sonde che sono atterrate su Marte o che gli hanno orbitato intorno, ma nessuna come Exomars ha così grandi chances di darci le risposte che cerchiamo. Una sonda orbitante e un rover che tra il 2016 e il 2018 inizieranno a studiare Marte e da cui ci attendiamo moltissimo. L’Italia, a partire dalla fine degli Anni ’90, è tra i paesi protagonisti dell’esplorazione marziana. Ha molti strumenti che stanno studiando il nostro Pianeta fratello e anche in Exomars il nostro Paese ha un peso rilevante, sia finanziariamente, ma soprattutto scientificamente.

Cosa ci attende, invece, dopo il pensionamento della Stazione spaziale? Punteremo alla realizzazione di basi lunari o su asteroidi?
Certamente non una base sulla Luna, un posto inutile, dove si spreca energia per atterrare e per ripartire e dove sopravvivere è difficilissimo. Ovviamente non su di un asteroide, che si muove velocissimo e diventa subito irraggiungibile. No, la base giusta è nel punto a gravità zero tra la Terra e la Luna. Ma lo sfruttamento minerario di corpi celesti come gli asteroidi è una realtà sempre più prossima e che potrebbe avvicinarci alla conquista di altri mondi.

Proprio la discussione di norme condivise sullo sfruttamento delle risorse minerarie di origine spaziale è tra i temi in agenda al summit di Washington. Si tratta di un obiettivo raggiungibile o dobbiamo aspettarci divisioni tra le Nazioni come per le risorse energetiche del Polo Nord?
Le norme per la conquista dello spazio hanno delle regole ben precise, che indicano che i corpi celesti, come le acque internazionali, sono di tutti e di nessuno. È chiaro che tutto evolve e che i Paesi più forti vorranno far pesare il proprio ruolo. Vale come per la politica europea: la Germania vuole contare di più per la sua economia forte, ma sta agli altri Paesi il compito di trovare bilanciamenti in favore di un interesse comune.