“Non puoi dare dei soldi e poi chiederli indietro. Non siamo su Scherzi a parte”. Così si esprimeva Matteo Renzi, giusto ieri, sui 150 euro di trattenuta chiesti agli insegnanti dal ministero dell’Economia. “A sentire queste cose io mi arrabbio” aveva aggiunto. Peccato che il segretario democratico abbia dimenticato di arrabbiarsi anche per i suoi dipendenti – i lavoratori del Comune di Firenze – cui è capitata una sorte ben peggiore di quella dei docenti poi salvati dopo un incontro a tre tra Letta, Saccomanni e Carrozza.

Tutto inizia nel 2008, quando un consigliere comunale invia un’interrogazione all’allora ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta. Alcuni ispettori del ministero dell’Economia vengono inviati a Palazzo Vecchio per indagare sulle indennità accessorie dei dipendenti. Ogni lavoratore, infatti, riceveva circa mille euro lordi come “salario di produttività”, corrisposto annualmente nel mese di maggio. Quel mese Renzi viene eletto primo cittadino e gli ispettori si rivolgono alla sua giunta: chiedono a più riprese informazioni e chiarimenti. Passano gli anni e nel 2012 il Comune inizia a tagliare le retribuzioni dei dipendenti, assottigliando sempre più la parte variabile (che rappresenta il 20% del totale). Intanto, l’indagine sul salario di produttività passa nelle mani della Corte dei Conti, e tra agosto e settembre dello scorso anno 3233 dipendenti comunali ricevono altrettante lettere di messa in mora: “Con la presente il Direttore delle risorse umane, in nome e per conto del comune di Firenze, a seguito dell’ispezione del ministero dell’Economia e delle finanze […], fa presente che la S.V. risulta aver percepito, nel periodo 2003-2012, indennità non dovute in quanto contrastanti con le norme del CCNL vigenti”. Il Comune, in sostanza, chiedeva indietro i soldi corrisposti nell’arco di nove anni. E li chiedeva ai lavoratori ancora in servizio (1860 persone), ma anche ai pensionati e ai precari già “scaduti”. Le cifre pretese, infatti, variavano dai 100 euro ai 18mila euro, anche se in media ogni lavoratore si è visto reclamare tra i 4mila e i 6mila euro.

“Ci ha molto sorpreso l’indignazione di Renzi sulla vicenda dei docenti – racconta Stefano Cecchi, segretario toscano dell’Usb e membro dell’Rsu del comune di Firenze – Di noi non si è mai interessato. Anzi, da quando è sindaco la nostra condizione non ha fatto che peggiorare”. Oltre ai soldi richiesti ai lavoratori con le lettere di messa in mora, già nel 2012 la giunta Renzi aveva cancellato il salario di produttività e l’indennità di turno agli asili nido, oltre ad altre cifre accessorie. Tanto che il 14 febbraio scorso oltre 2mila dipendenti comunali avevano sfilato in corteo da Palazzo Vecchio alla sede della Corte dei conti, per protestare contro i tagli e contro le indagini sulle indennità. Il sindaco, allora, aveva definito la manifestazione come “un atto istituzionalmente molto grave”, sostenendo che i lavoratori in agitazione volessero creare “soltanto un clima di tensione”.

In effetti Cecchi – che oltre ad essere sindacalista è anche un dipendente comunale – denuncia un forte malcontento da parte dei suoi colleghi: “Grazie ai tagli salariali, oggi la mia retribuzione è la stessa del 2007. Rispetto al periodo pre-Renzi, in cui guadagnavo 1700 euro netti, ora ne porto a casa 1545, dopo 35 anni di servizio. Senza contare il salario di produttività, ovvero i mille euro annuali che ci sono stati tolti nel 2012. Il danno economico, per le famiglie, è enorme”. Sulla questione delle lettere di messa in mora, poi, la rabbia cresce: “Renzi se ne lava le mani. Dice che è un atto dovuto perché emanato dalla Corte dei conti, e che lui non può farci niente”.

Nel frattempo, però, i dipendenti hanno diffidato l’amministrazione comunale del procedere al recupero delle somme. Nelle lettere di messa in mora, infatti, il Comune chiedeva di concordare entro lo scorso 31 dicembre il piano di rientro, che sarebbe comunque scattato in maniera coatta entro il 2014. Grazie alle diffide la procedura, almeno per il momento, dovrebbe essere bloccata. A fine ottobre, tra l’altro, i lavoratori avevano nuovamente manifestato contro le lettere ricevute, “occupando” il cortile della Dogana di Palazzo Vecchio. Ai 1500 dipendenti “in assemblea” Renzi aveva risposto con durezza, accusandoli di aver procurato un danno economico alla città, rendendo impossibile l’accesso dei turisti al palazzo. “Renzi ci ha tolto 2mila euro l’anno perché per lui siamo una zavorra – conclude Cecchi – Il tutto mentre i ‘suoi’ lavoratori, assunti a chiamata, guadagnano molto più degli altri per le stesse mansioni. D’altronde noi, che siamo stati assunti per concorso, la fedeltà l’abbiamo giurata alla Costituzione. E non a Matteo Renzi, come i suoi fedelissimi”.