Se in passato il giorno della laurea era considerato un traguardo importante, un obiettivo sognato da tanti giovani pieni di speranze, oggi quello stesso giorno è diventato il passaggio dal rassicurante periodo di studi  all’incerto mondo del lavoro. Appena discussa la tesi i neolaureati vengono spinti fuori dalla campana di vetro dello studio e catapultati in un mondo dove non c’è spazio per loro, in cui si sentono estranei e a disagio.

Non sorprende allora che la scelta del giorno dopo di molti ragazzi sia proprio quella di partire per l’estero, con o senza idee precise su cosa fare e dove andare, con o senza la consapevolezza che un’esperienza  fuori dalla propria nazione possa arricchire solo e soprattutto se vissuta come scelta e non come costrizione.

Molti scelgono di intraprendere uno stage fuori dall’Italia, magari tramite un progetto Leonardo, o di usufruire di una borsa di studio per continuare la formazione all’estero, ma negli ultimi anni sta prendendo sempre più piede la voglia di partire con un progetto di volontariato europeo, un’esperienza unica nel suo genere sia da un punto di vista di arricchimento personale sia per una crescita linguistica e professionale.

È questa la storia di Alessia, una giovane laureata in Lettere che, al pari dei suoi colleghi, il giorno della discussione di laurea, tra una corona di alloro e una bottiglia di spumante, si è posta la fatidica domanda che preoccupa oramai la generazione dei figli della crisi economica: “E ora cosa faccio?”.

Il 4 aprile 2013 Alessia esce dall’università con una laurea in Culture Moderne Comparate in cerca di un perché da dare ai suoi giorni e un senso da dare ai suoi sforzi. Qualche giorno dopo la risposta arriva con il Servizio Volontario Europeo, un’esperienza di apprendimento interculturale che fa parte del programma Gioventù in Azione della Commissione Europea, la quale copre quasi interamente le spese di viaggio, vitto e alloggio.

“Ci sono molte ragioni per cui ho deciso di fare domanda per un Sve, – racconta Alessia – per cominciare, avevo bisogno di rafforzare la conoscenza dell’inglese, già in buona parte acquisita durante l’Erasmus a Glasgow. In più, avendo già svolto il Servizio Civile Nazionale nelle biblioteche della mia città e avendone riconosciuto l’alto valore  formativo ho cominciato a vedere lo Sve come una ghiotta opportunità per mettere a frutto tutto ciò che avevo imparato durante gli studi”.

Il progetto di volontariato, dal titolo ‘Linking Generations’, ha portato Alessia a vivere sei mesi in Romania, precisamente a Braila, dove ha potuto seguire dei corsi di lingua romena e stare a contatto con bambini e anziani ricchi di storie da raccontare e portatori di una cultura diversa e affascinante.  

“Durante questo periodo ho avuto l’occasione di prendere attivamente parte a vari progetti sul territorio, realizzando, tra le altre cose, un workshop estivo sulla cultura e sulla lingua italiana. Con lo Sve ho avuto modo di lavorare in un centro per bambini autistici, in uno per anziani e in ben tre scuole materne, sentendomi sempre motivata a partecipare direttamente ai progetti”.

“Con gli altri volontari abbiamo addirittura realizzato una presentazione nelle scuole di quattro storie tipiche dei nostri rispettivi paesi che sono poi state raccolte in un racconto multiculturale dal titolo A Sunny Village

“Nonostante avessi voluto realizzare qualcosa di più coeso anziché attività slegate le una dalle altre –conclude Alessia – conservo nella memoria le litigate, i momenti di sconforto, le difficoltà, ma anche e soprattutto le risate e gli sguardi  delle tante persone conosciute. Lo Sve è un modo eccezionale per favorire l’incontro, la conoscenza e la comunicazione fra diversi popoli, per fare un esempio, nell’incontro di giugno con tutti i volontari in Romania un ragazzo turco si è avvicinato alla mia coinquilina e ora amica armena e le ha detto in inglese: ‘Scusami per ciò che hanno fatto i miei nonni al tuo popolo in passato’. Mi è sembrata una dimostrazione di grande umanità e umiltà”.