Rivendicano il diritto a essere armati e si battono perché le armi semiautomatiche non vengano dichiarate fuorilegge, perché sono più facili da usare e li aiutano a superare le loro difficoltà fisiche. I portatori di handicap negli Stati Uniti si stanno organizzando per difendere i gun rights, il diritto di possedere e girare con un’arma addosso garantito dal Secondo Emendamento. Nel solo 2013 il gruppo Disabled Americans for Firearms Rights ha visto quadruplicare i propri iscritti fino ad arrivare a quota 19mila. E in un Paese in cui la vendita e la circolazione delle armi sono incoraggiate al punto da permettere ai non vedenti di imparare a sparare, una lunga serie di vuoti legislativi e ambiguità legali fanno sì che pistole e fucili finiscano facilmente persino nelle mani di persone affette da gravi disturbi mentali: un’indagine del New York Times dimostra come anche per chi è stato dichiarato infermo di mente e a cui sia stata sequestrata un’arma sia poi facilissimo riottenerla o comprarne una nuova.

Le articolazioni delle mani sono ingrossate dall’artrite reumatoide, impugnare la pistola e premere il grilletto è quasi un’impresa. Anche camminare e restare in piedi è difficile. Ma Sal Foti, 57 anni, pensionato, malato fin dall’infanzia, non si tira indietro e davanti alle telecamere del Los Angeles Times dà un saggio delle proprie capacità balistiche nella corsia riservata ai disabili del poligono di Chadds Ford, in Pennsylvania. Sal è un democratico, ha votato Obama, ma la battaglia contro le armi non la capisce. “Per me anche solo prendere il bersaglio è difficile – spiega mentre impugna la sua pistola – è bello vedere che i poligoni vengono incontro alle nostre esigenze: con la popolazione che invecchia e tutti quei militari che ogni anno tornano disabili dai fronti di guerra ce ne sarà sempre più bisogno”. I numeri sembrano dargli ragione: il gruppo Disabled Americans for Firearms Rights, tra i più rappresentativi della categoria, nell’ultimo anno ha conosciuto un boom che l’ha portato a contare oggi circa 19mila iscritti, 4 volte quelli che aveva nel dicembre 2012, prima della strage di Newtown. Il rapporto tra disabilità e gun rights è stato oggetto di un’aspra polemica a settembre, quando uno sceriffo dell’Iowa si fece filmare mentre insegnava a sparare alla figlia non vedente.

Non è un caso che le lobby abbiano individuato nei portatori di handicap un target: la National Rifle Association ha da tempo messo a punto per loro programmi dedicati. Sono molti quelli che hanno difficoltà ad usare le armi tradizionali e considerano indispensabili le semi-automatiche, cui il presidente Obama aveva dichiarato guerra dopo Newtown. “Vogliono vietarle – spiega Scott Ennis, emofiliaco, presidente del Disabled Americans for Firearms Rights – quando sono le uniche che una persona con la mia patologia può utilizzare”. Le articolazioni di Ellis sono danneggiate al punto da non riuscire a imbracciare e aprire il fuoco con un normale fucile.

Per questo anche Sal Foti è entusiasta di armi come l’AR-15 (il fucile automatico utilizzato nella strage di Aurora del luglio 2012), leggero e maneggevole: “Per un disabile è l’arma più facile da usare”. In gioco, dicono, c’è la sicurezza personale. “Noi disabili dobbiamo allearci – spiega Randy Miller, di Helena, nel Montana, affetto da distrofia e lupus – è fondamentale avere una pistola con cui difendere noi stessi e la nostra famiglia”. Le statistiche federali dicono che le persone con handicap hanno maggiori probabilità di finire vittime di reati. Le donne sono prese di mira 3 volte più degli uomini, che hanno il doppio delle possibilità di subire violenza rispetto ad un normodotato. Ancora: secondo l’Fbi, i crimini d’odio verso la categoria sono aumentati nel 2013 del 67%, con 102 casi segnalati.

Ma negli Usa il problema resta la facilità con cui persone dichiarate mentalmente instabili entrano in possesso di armi da fuoco o si vedano restituite le proprie dopo un sequestro. Un’inchiesta condotta dal New York Times su circa 1.000 casi in California, Colorado, Connecticut, Florida, Indiana, Ohio e Tennessee mostra come nella maggior parte delle situazioni le armi confiscate tornino ai proprietari dopo poco tempo, nonostante questi si siano dimostrati capaci di arrecare danni a se stessi o ad altri. E’ il caso della Hillsborough County, in Florida, dove in 31 casi su 34 le pistole e i fucili confiscati sono tornati tra le mani dei proprietari dopo una sola udienza in tribunale. Nella stragrande maggioranza dei casi le persone con malattie mentali non sono violente, ma le ultime stragi – a Tucson nel 2011, ad Aurora nel 2012 e al Washington Navy Yard a settembre – hanno portato alla luce una scomoda verità: i killer erano stati riconosciuti come mentalmente disturbati, ma non era mai stato impedito loro di possedere un’arma.