Un amico medico che si è trovato a visitare di recente il carcere di Rebibbia mi ha parlato delle condizioni davvero vergognose nelle quali vivono gli ospiti di detta casa circondariale. In venti e più per una doccia. Condizioni analoghe si registrano in quasi tutti gli stabilimenti di pena italiani. Dovrebbe quindi risultare evidente, anche al più esasperato dei giustizialisti e degli amanti perversi di fruste, catene e sbarre come, in tali condizioni, sia impossibile realizzare il dettato dell’art. 27, comma 3, della Costituzione, che prescrive che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

La disumanità delle carceri italiane per effetto del sovraffollamento è stata del resto chiaramente stabilita dalla Corte europea dei diritti umani, la quale ha chiesto misure urgenti per risolvere il problema, sotto pena di notevoli sanzioni pecuniarie. Che finirà saremo costretti a pagare, aggiungendo al danno dell’inutile sofferenza dei carcerati (e delle guardie carcerarie vittime anch’esse della situazione), quello per le esauste casse erariali e i contribuenti.

Sarà, temo, l’ennesimo risultato negativo della competizione fra forze politiche a chi è più forcaiolo. 

Si sa del resto che il piccolo borghese incattivito per la crisi e la negazione dei suoi diritti più elementari, tende a trovare qualche target su cui scaricare la propria rabbia nel modo più economico e facile possibile.  Chi meglio dei carcerati, che oltre ad essere deboli, poveri (in carcere com’è noto ci finiscono solo loro con pochissime eccezioni) hanno anche qualche stigma di colpe da espiare?

Se è vero che le carceri sono uno dei luoghi da cui si può valutare la civiltà dei Paesi, stiamo quindi messi proprio male. Se gli Stati Uniti sono il Paese con il più alto numero di carcerati, in assoluto e in percentuale, l’Italia è senza dubbio uno di quelli con le peggiori e più disumane condizioni carcerarie.

Quali le soluzioni praticabili? Una, che ho più volte indicato, è quella dell’abolizione delle misure che moltiplicano il numero dei carcerati unicamente per soddisfare “elettoralisticamente” i pruriti forcaioli della peggiore parte della società italiane e che portano i nomi di Fini, Bossi, Giovanardi, Cirielli e simili. Fa piacere constatare come anche Renzi sia d’acc0rdo sull’abolizione di queste leggi. Si passi ora dalle parole ai fatti. Sarebbe ora.

Ma a questo punto, data l’urgenza e l’insopportabilità della situazione carceraria, vanno varate anche misure come l’amnistia e l’indulto. Tali misure vanno concepite in modo tale da escludere, dato il loro allarme sociale, i reati collegati alla corruzione e ai disastri ambientali che rappresentano la vera emergenza del nostro Paese. Anche a tale riguardo peraltro va osservato che i corrotti e i corruttori andrebbero colpiti, a maggior beneficio delle casse erariali e dei cittadini, soprattutto nel portafoglio e nel patrimonio. L’amnistia deve invece riguardare in particolare coloro che sono in carcere per aver partecipato a lotte e mobilitazioni sociali in difesa del territorio.

Vanno poi aboliti tout-court i centri di identificazione ed espulsione destinati ad ospitare i migranti, dove pure si vivono condizioni a volte perfino peggiori di quelle cui sono soggetti i carcerati. L’esistenza di tali centri costituisce infatti, di per sé, una chiara violazione dei principi costituzionali relativi alla tutela della libertà personale. A meno di considerare che la giurisdizione da burla esercitata al riguardo dai giudici di pace rappresenti una garanzia adeguata, cosa che evidentemente nessuna persona in buona fede e dotata di un minimo di raziocinio può nemmeno lontanamente immaginare.

L’esistenza di tale legislazione e tali centri, unitamente alla forte percentuale di migranti rinchiusi nelle patrie galere sono del resto, come ho avuto più volte modo di notare, altrettante manifestazioni di razzismo istituzionale. Le varie forme di detenzione rappresentano in molti casi la risposta distorta e disumana delle istituzioni alle domande sociali inevase. A una riduzione dello Stato sociale corrisponde un aumento dello Stato poliziesco e carcerario. Ma si tratta di una risposta miope ed autodistruttiva. Ferma restando la necessità della detenzione per gli autori dei reati più gravi e di effettivo allarme sociale, non ci si può certo illudere di risolvere i problemi del Paese a suon di carcere e leggi penali. I grandi crimini contro la società e contro l’ambiente vanno prevenuti con la mobilitazione e la vigilanza popolare. E sia data ai carcerati, in armonia con la Carta costituzionale, la possibilità di rieducarsi.