Il punto di partenza, per Adriana Cantisani, è stato lo studio del bilinguismo nei bambini che imparano a parlare. E così la professionista nata a Montevideo (Uruguay), cresciuta in California e da una ventina d’anni a Bologna ha deciso di mettere a frutto la laurea in lingue e l’indirizzo in psicologia cognitiva per dare vita a un metodo attraverso cui favorire l’apprendimento dell’inglese nella fascia d’età tra i 3 e gli 8 anni. Nasce così English is Fun, percorso che, partendo dall’Emilia Romagna ed estendendosi a tutto il territorio nazionale, ha portato dal 2000 a oggi ad avviare a una lingua diversa da quella madre circa 4 mila piccoli studenti all’anno.

“Un cittadino italiano nasce già predisposto al bilinguismo”, dice Adriana Cantisani, divenuta nel 2008 volto celebre del piccolo schermo prima su FoxLife e La7 con la trasmissione Sos Tata e poi passando, tra il 2010 e il 2012, ai canali DeAKids e DeAJunior con format destinati ai più giovani. “In diverse regioni del Paese si è parlato a lungo il dialetto insieme all’italiano e in alcune accade ancora. Inoltre occorre iniziare da un presupposto: gli studi dimostrano che un bambino che impara a parlare può arrivare ad apprendere fino a sette lingue senza che ciò generi alcuna confusione nella sua capacità di espressione”.

Cantisani ha cominciato come educatrice entrando in contatto con piccoli con esigenze diverse, alcune delle quali determinate da disabilità. E per sviluppare il suo metodo – partito dalla sollecitazione proposta anche da diversi genitori che l’avevano conosciuta come insegnante dei figli – non si è concentrata tanto su regole grammaticali o fonetiche, come avviene in genere. “Quello che va favorito”, aggiunge infatti, “è uno sviluppo a 360 gradi, non solo l’aspetto linguistico e cognitivo. Per questo ho puntato sulla sfera socio-emozionale, sulla fisicità del bambino e sulla sua motricità con approcci che comprendono il disegno, la musica e le diverse forme di espressione”.

In base a questa metrica è stato creato un fenomeno che può rientrare nelle “best practice” in periodi di crisi e di difficoltà occupazionali. English for Fun, infatti, ha iniziato a entrare nel mondo delle istituzioni scolatiche, sia che si tratti di scuole per l’infanzia o di centri linguistici in senso stretto, dando impiego una sessantina di insegnanti. Insegnanti che sono stati formati dalla stessa Adriana Cantisani e che poi operano all’interno delle strutture English for Fun o vanno nelle aule di strutture esterne. E da un po’ di tempo a questa parte è stata introdotta una nuova figura.

“Noi la chiamiamo ‘promoter’”, spiega, “ed è da intendersi come una specie di ‘scuola ambulante’”. Da un punto di vista concettuale, richiama i bibliobus che in diversi comuni italiani, con cadenza periodica, raggiungono zone non coperte da servizi del genere consentendo a chiunque l’accesso alla lettura. Questa esperienza non avrà i caratteri pionieristici dei tempi del futuro scrittore Luciano Bianciardi che, a metà degli anni Quaranta, sopperì ai disastri della guerra e delle alluvioni spingendosi fin nelle campagne più desolate del grossetano. Ma anche nel caso di English for Fun si tratta di coprire fasce che non avrebbero a disposizione il servizio. “I nostri insegnanti”, dice Catisani, “si spostano nelle ludoteche, nelle parrocchie, nei luoghi in cui si fa doposcuola e anche in abitazioni private insegnando l’inglese attraverso il gioco. E al momento, attraverso questa ulteriore via di diffusione, abbiamo dato lavoro a un’altra sessantina di docenti. La richiesta però continua a crescere e dunque prevediamo di incrementare anche il numero dei collaboratori”.

Infine l’esperienza di questo approccio made in Bologna è diventata anche oggetto di pubblicazioni divulgative. La prima è la prefazione a un libro uscito nel 2012 per Cairo Editore che si intitola “Mamma parla con me” e che è stato scritto dalla statunitense Nancy Cadjan, ideatrice di un metodo di insegnamento basato sulla lingua dei segni e delle illustrazioni. Il secondo, invece, è firmato da Adriana Catisani e si chiama “Se mi vuoi aiutare, lasciami fare” (Kowalski, 2013). E si tratta di una specie di vademecum che coniuga la cucina allo sviluppo infantile.