Lui era lo scrittore eremita, il libraio di una Bologna ancora provincialmente confusa e proiettata verso un’Europa sognata diversa da quello che sarebbe stata. L’intellettuale di una città alla quale l’Italia avrebbe dovuto assomigliare. Era Roberto Roversi, insomma. L’uomo che fece crescere una generazione di scrittori. A partire da Pier Paolo Pasolini. L’altro era un musico, allora nulla più. Aveva fatto la fame e il ballerino di tip tap per gli ultimi americani quando era in fasce, conosceva la musica per chissà quale scherzo del Dna, non perché l’avesse suonata. Era talento e genio, si era presentato a Sanremo da poco con un buffo basco nero, vestito né da hippie, né come quelli che andavano in giro a dire che avrebbero fatto la rivoluzione: lui era solo e semplicemente Lucio Dalla, nato il 4 marzo del 1943 e con tutto quello che ne sarebbe venuto fuori. Il clown della contraddizione, poeta con le note, grande suonatore di sax, pianista in do, voce solo sua, capace di alti improbabili e grandi imperfezioni.

S’incontrarono perché a Bologna non ne puoi fare a meno. In quella Bologna lì, che non conosceva le stragi, ma le temeva, la città che avrebbe sconvolto il Settantasette. Come e perché riuscirono a sintonizzarsi sulla stessa linea d’onda resta un mistero. Quello che oggi non è più un mistero, grazie all’archivio Roversi, dal quale è uscito un carteggio che i due si scambiarono per anni, è che alla fine non si reggevano più. Roversi non aveva nessuna voglia di stravolgere i suoi versi, Dalla non voleva diventare uno dei tanti allievi del maestro. “I testi del sottoscritto – scrive Roversi – per lo più al cantante erano graditi come olio di ricino. Mai li ha imparati a mente. Li ha sempre storpiati un poco, con la piccola rabbia dell’indifferenza. Quasi a dire: toh! il padrone sono io. Io sto davanti a questi duemila e servo il mio budino. Essi assaggiano me. Tu non rompere. Tutto riusciva approssimativo e smozzicato. Senza amore. Le canzoni composte le ha poi cantate come un dovere doloroso. Senza felicità, senza un piacere autentico, senza condividerne la verità”.

In pubblico dissero che come si erano incontrati così si lasciavano. Ma fu una spiegazione per i tanti, loro le ragioni le sapevano eccome. Ma era stata più che una collaborazione, l’esperimento che cambiò la canzone d’autore italiana, e così come succede per i grandi amori, si lasciarono di spalle senza che nessuno sapesse i motivi. Ognuno se li teneva in cuor suo, darli in pasto a quelle canaglie di critici e giornalisti avrebbe voluto tradire quello che solo loro sapevano.

Si erano conosciuti nel 1973. Dalla era già Dalla, ma all’inizio del tunnel di una crisi che dopo il successo se ne stava lì sulla porta ad aspettare. Lo conoscevano come il Gesù bambino di Sanremo e quel piccolo capolavoro intitolato Piazza Grande. Fu il produttore, Renzo Cremonini, che per Dalla stravedeva, a provare l’azzardo. “Vieni da Roversi, vedrai che cambierà tutto”. Dalla conosceva poco o niente del maestro. Si fidò del suo produttore. E con Roversi scrive alcune delle pagine più belle della sua carriera. Si innamora di Roversi, ma anche di Roberto. Frequenta la sua casa, la moglie Elena, frequenta la libreria. Diventano complici, più che amici. Lucio gli scrive una lettera dove gli riconosce di avergli cambiato l’esistenza artistica. “Ti devo tutto, mi hai insegnato a cantare, mi hai insegnato l’amore e il rispetto per il mio lavoro. Ma anche la paura. Vorrei abbracciarti e saltarti al collo”. Ne esce Anidride solforosa, sicuramente l’album più intenso.

Non sappiamo come quei due continuassero a capirsi. Roversi era un intellettuale, un puro. Lucio non aveva ancora iniziato a sognare come sarebbe stato in seguito. E così litigano. Il pretesto è l’album Automobili, che Roversi firma con uno pseudonimo. Finisce lì. Perché Dalla “non ci mette il cuore e non ci crede” e, dalla parte di Lucio, perché Roversi “è indispensabile che canti quello che io voglio cantare”. Si augurano lunga vita. Finisce come in un duello. Finiranno per evitarsi. Anche a Bologna. La pace arriverà negli anni Novanta. Solo allora Dalla torna a dire di dovere tutto a Roversi. Ma niente sarà come prima. Non era nessun amore di ritorno. Solo un rendersi consapevoli di quanto l’uno aveva contato per l’altro. Su binari opposti. In una Bologna che ormai non era più niente di quella che fu.

Il Fatto Quotidiano, 19 dicembre 2013