La vigilia del secondo anniversario della morte di Kim Jong Il, che cade martedì 17 dicembre, e i giorni immediatamente successivi all’esecuzione (avvenuta venerdì 13) dello zio Jang Song Thaek, esautorato numero due del regime della Corea del Nord, sono stati segnati dalla reiterata presenza del leader supremo Kim Jong Un sulla stampa ufficiale. Dopo l’epurazione dello zio del giovane dittatore il regime sembra voler dare la sensazione del ritorno alla normalità. I siti degli organi di propaganda di Pyongyang mostrano il ‘Brillante leader’ intento a visite in tutto il Paese.

Tra queste quella al centro sciistico di Masik, che nelle intenzioni della dirigenza dovrebbe essere una delle attrazioni per incrementare il turismo a Nord del 38esimo parallelo. Altra presenza segnalata quella al funerale di Kim Kuk Thae, ottuagenario membro del Partito coreano dei lavoratori. Esequie la cui lista dei partecipanti ha attirato l’attenzione di commentatori e osservatori della realtà nordcoreana. Tra i nomi figurava anche quello di Kim Kyong Hui, moglie 67enne di Jang e zia di Kim Jong Un, la cui sorte è una delle incognite della purga al vertice. La speranza è che non finisca come l’agosto scorso quando 12 persone tra cui la ex fidanzata del leader supremo Kim Jong-un, la cantante Hyon Song-woi, erano state fucilate con l’accusa di pornografia. Non solo, perché i familiari delle vittime, secondo una prassi comune in Corea del Nord – dove le famiglie sono ritenute collettivamente responsabili per i reati commessi da uno dei loro membri – erano state inviate nei campi di lavoro a tempo indefinito.

Questione di dettagli, di segni e immagini da interpretare. Nel cercare di analizzare la caduta dell’ex numero due di Pyongyang, un tempo considerato l’eminenza grigia della politica nordcoreana, occorre tenere a mente che la capacità di tenere segrete le dinamiche interne al potere è uno dei punti di forza del regime, tanto che ogni tentativo di comprensione può essere accompagnato da condizionali e forse. L’interpretazione che raccoglie più consensi vede la purga di Jang – accusato di aver ordito un colpo di Stato contro la leadership del nipote – come la conferma del comando della linea di sangue del monte Paekdu sul Paese. Vale a dire, con un riferimento al monte sacro dei coreani, che si è trattato del rafforzamento della dinastia al potere, giunta con Kim Jong Un alla terza generazione, dopo quella del nonno e fondatore della patria, Kim Il Sung, e quella del padre Kim Jong Il.

Proprio la morte due anni fa di quest’ultimo, forse prematura rispetto al calendario della successione pensato inizialmente, fu, secondo l’analista sudcoreano Park Byong-su, un incidente che ha reso il Paese simile a un vecchio regno feudale. “La purga rafforza la percezione sudcoreana, ma anche di altri Paesi, di un governo assetato di sangue, su cui non si può fare affidamento”, ha spiegato il professor Yang Moo-jin citato dal quotidiano indipendente Hankyoreh. Da questo la necessità di mostrare che tutto continua business as usual.

Chris Green, del sito Daily Nk, vicino agli esuli e ai disertori nordcoreani, scrive sul blog Korea Real Times del Wall Street Journal, che sebbene la purga di Jang abbia riportato alla memoria le epurazioni di stile staliniano, che non sono mancate nella stessa Corea del Nord, la vita delle persone comuni continua senza grossi scossoni. In particolare, considerato che Jang era visto come un fautore di riforme sul modello cinese, non ci sono stati giri di vite repressivi contro mercati e commerci informali, che potrebbero portare a malcontento. Una situazione che si accompagna al tentativo di rassicurare i possibili partner esteri sul proseguimento dei progetti legati alle zone economiche speciali.

Le autorità, dicono le fonti interne citate dal sito, si concentrano sull’importanza del lavoro ideologico e sulla lealtà al regime da “tutelare”. Tutti quanti, spiegano, sanno esattamente cosa devono dire e come devono comportarsi nei confronti della figura di Jang. Chi guarda con apprensione a quanto avviene a Nord del 38esimo parallelo è invece il governo di Seul. La presidente Park Geun-hye ha messo in guardia contro quelle che potrebbero essere le provocazioni di Pyongyang.

di Sebastiano Carboni