Gente incazzata più che un po’, più certi ultras del pallone, più certi fascisti (quelli non mancano mai, maledizione!), più la gggente, più gli agricoltori, più i trasportatori, più la misura è colma, più la situazione è insostenibile, più quelli che vogliono solo far casino, più quelli che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena, più alcuni furbetti. Della “rivolta” (ci tengo, a ‘ste virgolette, eh!) dei forconi non si capisce ancora molto. Cioè: si capisce la solita solfa che c’è chi ci vorrà mettere il cappello come già sembra fare Grillo (errore), chi l’accetta entusiasta (errore), chi pensa solo a criminalizzarla (errore). Eccetera, eccetera.

E un’altra cosa, si capisce: che c’è in giro una rabbia consistente, cosa che si poteva intuire anche senza forconi, comunque. Ecco, la faccenda è complessa e forse è presto per addentrarsi in analisi definitive. E però sia concessa qualche notazione in margine non del tutto marginale.

Già: di tutte le categorie, gruppi, infiltrati, organizzatori, urlatori sparsi, incazzati veri, nemici della sintassi, portatori sani e meno sani di forconi, manca uno solo: Pasolini. Sì, proprio lui, il vecchio caro Pier Paolo Pasolini, quello che tutti tirano per la giacchetta di qua e di là, quello che non manca mai (mai!) quando si parla di poliziotti, per esempio. Succede infatti (malamente smentito dai vertici, ma confermato da alcuni agenti sui giornali) che qualche poliziotto si sia tolto il casco in segno di solidarietà con i manifestanti. Ora, vero, non vero, esagerato, ognuno la pensi come vuole. Però… Però è bizzarro che nessuno, per una volta (grazie! Finalmente!) non abbia citato quel famoso Pasolini del poliziotto che è proletario, mentre gli studenti che lo sfidano sono fighetti figli di papà. Un argomento tanto caro alle destre perbene e non, ai benpensanti, alla retorica law and order e ai manuali di conversazione da party o da redazione. Bella cravatta. E anche Pasolini, però!…

Insomma: quando i poliziotti menano come fabbri (perché non dirlo? anche a sproposito e troppo) ecco che sono proletari che hanno ragione. Se invece fanno il gesto inconsulto e sconsiderato di solidarizzare, puf! Pasolini scompare e viene per una volta dimenticato. È seccante per vari motivi. Perché da un lato c’è il potere che usa la parola “proletario” un po’ a senso unico (solo i poliziotti, non gli esodati, i disoccupati, gli studenti), e dall’altro perché l’uso strumentale delle parole di un grande intellettuale, specie se usate a man bassa con faciloneria, è assai fastidioso.

Dunque, nel mio piccolo, intendo rimediare con le parole di un poliziotto: “Speravo solo che se ne andassero, gli anfibi mi facevano un male boia”. Ecco. Scarpe strette, lavoro di merda, in piedi dall’alba, per 1.300 euro, gli straordinari bloccati e magari la famiglia messa come sono messi quelli lì davanti, esasperati e incazzati, stufi marci, impoveriti, senza lavoro. Anche loro, i poliziotti, capiscono, alla fine, che chi cita sempre Pasolini per difenderli, mica vuol difendere loro. Dopotutto, se si avessero così a cuore i poliziotti – nel senso pasoliniano – gli si raddoppierebbe lo stipendio, non gli si citerebbe un po’ a vanvera un grande poeta. Ma ieri, evidentemente, tutti i pasoliniani a tassametro, quelli del poliziotto-povero-e-contestatori-ricchi, erano in vacanza, o in permesso, o in letargo. Chissà, forse se ti levi il casco, se sei più uomo che poliziotto, Pasolini non va più bene, non è trendy, non usa più.

@AlRobecchi

Il Fatto Quotidiano, 11 Dicembre 2013