A pensarci sembra un traguardo impossibile e raggiungibile in tempi molto lunghi, eppure potrebbe bastare il tempo di una generazione, circa vent’anni, per eliminare le differenze sul piano della salute tra i paesi avanzati e quelli in via di sviluppo. Un processo che, se innescato, potrebbe completarsi entro il 2035, salvando dieci milioni di vite l’anno.

È questo il messaggio che venti esperti internazionali di salute ed economisti lanciano nel rapporto “Global Health 2035: A World Converging within a Generation”, pubblicato dalla rivista ‘The Lancet‘. “Per la prima volta nella storia – spiega Larry Summers, economista ed ex segretario al Tesoro Usa, che ha presieduto i lavori della commissione – possiamo raggiungere una pietra miliare per l’umanità: eliminare le differenze nella salute, così che ogni persona sul pianeta abbia una speranza di una vita produttiva e in salute uguale agli altri”. Farmaci efficaci e i vaccini ora disponibili rendono, secondo Summers, questo traguardo raggiungibile, ed è quindi venuto il momento che i leader mondiali investano per renderlo realtà. La spesa dovrebbe essere indirizzata prioritariamente, secondo il rapporto, su alcune aree, come Hiv e Aids, Tubercolosi, malaria, malattie tropicali trascurate, salute materna e infantile, che colpiscono soprattutto i Paesi a basso e medio reddito, raddoppiando gli investimenti globali in ricerca in questi settori, che dovrebbero passare da 3 a 6 miliardi di dollari l’anno, con un contributo anche da parte degli stessi paesi emergenti.

Aumentando la spesa in salute di 5 dollari a persona all’anno, nei 74 paesi a più carico sanitario, si potrebbero prevenire il 65% delle morti infantili, il 62% di quelle materne e il 46% dei parti di feti morti. Un investimento che potrebbe rendere fino a nove volte di più in termini di valore economico e benefici sociali, inclusa la crescita di produttività, maggiori tassi di occupazione e aumento dei risparmi. Ma l’intervento più importante a livello di salute pubblica da prendere, per il rapporto, è la tassazione del tabacco, unita a quella su alcol, zuccheri e le altre sostanze pericolose per la salute, strumento molto potente e poco usato finora.

“In Cina ad esempio – si legge – una tassa del 50% sul tabacco potrebbe salvare 20 milioni di vite e generare un introito di 20 miliardi di dollari all’anno nei prossimi 50 anni”. Ma oltre alle tasse, conclude il rapporto, la strada da percorrere e non abbandonare è quella di avere sistemi sanitari a universalismo progressivo, che offrano cioè una copertura sanitaria globale, e che sostengano i poveri fin dall’inizio. Investire in salute non significa farlo solo in infermieri, ostetriche, medici, infrastrutture e farmaci, ma anche nel conoscere le principali criticità di salute e saperle governare e gestire per risolvere le ineguaglianze, raggiungendo le fasce di popolazione più vulnerabili e marginalizzate. Peccato che in Italia il nostro Servizio sanitario nazionale, che dell’universalismo aveva fatto una sua bandiera, lo stia perdendo pezzo a pezzo nei fatti, tra ticket e tagli che ogni anno vengono imposti al settore, lasciando sempre più scoperte proprio le fasce più deboli della popolazione, cioè disabili, malati cronici e anziani.