“Giustizia per Giovanni Strangio”. È nata la pagina Facebook per difendere quelli che i magistrati definiscono i boss di San Luca, condannati in primo grado all’ergastolo per la strage di Duisburg, consumata in Germania il ferragosto del 2007. Nei parcheggi del ristorante italiano “Da Bruno” furono trucidati sei uomini.

Proprio le donne dei presunti boss hanno pensato di utilizzare il social network per urlare l’innocenza dei loro familiari coinvolti nella faida tra i Nirta-Strangio e i Pelle-Vottari, una mattanza durata circa 20 anni e che le ‘ndrine di San Luca hanno esportato anche all’estero. La strage di Duisburg, infatti, fu la risposta all’omicidio di Maria Strangio, la moglie del boss Giovanni Luca Nirta uccisa il giorno di Natale del 2006.

Dopo aver protestato con tanto di cartelli quando l’ex procuratore della Dna Piero Grasso partecipò a una manifestazione antimafia proprio a San Luca e dopo essersi incatenate al duomo di Reggio Calabria, moglie, madri e sorelle, hanno deciso di dedicarsi a Facebook dove hanno pubblicato addirittura le lettere che Giovanni Strangio, il principale imputato dell’inchiesta “Fehida”, ha scritto al direttore del carcere di Rebibbia. “Il mio è un sequestro di Stato” si difende il giovane boss già condannato al carcere a vita dalla Corte d’Assise del Tribunale di Locri. E stravolgendo quello che è l’impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia, Giovanni Strangio pone alcuni interrogativi: “Può un giovane che a 17 anni lascia il suo paese e l’Italia per l’estero, per costruirsi un futuro nella legalità, lontano da logiche criminali, diventare dall’oggi al domani un mostro, un boss? Bhé a me è successo”.

Sempre Strangio, in questa lettera, allude a un accordo tra “Stato, o meglio uomini dello Stato, e un boss”. Non fa nomi ma si limita a generici riferimenti ai “veri colpevoli” definendoli “gente intoccabile e potente”. A pochi giorni dalla condanna all’ergastolo anche nei confronti di Sebastiano Nirta, la pagina Facebook ha già incassato il sostegno di 184 fans che seguono l’evolversi della vicenda stando così vicino, almeno virtualmente, a quella che i magistrati definiscono una famiglia di ‘ndrangheta. “Ieri ci hanno cacciati dal Duomo, oggi cosa fanno, ci arrestano? Nel nome del popolo italiano non potete rovinare la vita a degli innocenti!”. Abbandonati gli stereotipi dei mafiosi con la coppola in testa e la lupara a tracolla, il futuro è internet anche per chi vive in paesini della Locride come San Luca ed è accusato di appartenere a famiglie di ‘ndrangheta. Attraverso la pagina Facebook, infatti, i parenti dei boss lanciano appelli addirittura al governo Letta: “Noi famigliari di Giovanni Strangio e Giuseppe Nirta (quest’ultimo assolto in primo grado per la strage in Germania ma condannato a 12 anni per associazione mafiosa, ndr) continueremo finché il ministro di Giustizia non avvii un procedimento parlamentare…. Aiutateci a fare emergere la verità sulla strage di Duisburg, aiutateci a dimostrare che la Calabria non è solo ‘ndrangheta”. E dopo un messaggio dedicato a chi è diventato fan della pagina Facebook (“Vi ringrazio per ogni mi piace”), gli amministratori dell’accout sponsorizzano, pubblicando il link, anche la “marcia di Natale per l’amnistia” organizzata a Roma il prossimo 25 dicembre. Tutte frasi che, in un momento delicato come quello processale, fanno tornare alla mente quanto detto dal procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho che, poche settimane fa, ha commentato questo atteggiamento dei parenti Strangio e Nirta: “In questo territorio – ha affermato De Raho – c’è il sovvertimento più totale del modo ordinario di applicare i principi della legalità. L’obiettivo del processo è accertare la verità. Tutto quello che si muove attorno è un qualcosa che sicuramente tende ad influire sul processo dall’esterno”.