Il Teatro Olimpico è brutto ma del resto è sempre stato brutto, e questo non è certo colpa di Renzi. Lo staff è giovane, la buona volontà è tanta e le hit del momento sparate a tutto volume dalle casse laterali cercano di togliere quell’aria anemica e un po’ triste peculiare alla sinistra. ‘I wanna get lucky’ dicono le parole del pezzo più ascoltato dell’estate sulle note del quale Renzi, sperando forse in una benedizione musicale firmata Daft Punk, compare sul palco. Matteo sorride molto, parla con tono informale, farcisce il suo discorso da candidato, che ormai conosciamo a memoria, di mille battute e punta tutto sul senso di freschezza (che ricorda un po’ quello delle pubblicità delle gomme americane che trasformano l’alito in tromba d’aria). Ogni dieci minuti nel discorso s’incastona un video: una sequenza di Cetto La Qualunque, un estratto dei Simpson, qualche scena con Bisio. Ciò che maggiormente sembra premere a Renzi è la contemporaneità, l’essere calato nel suo tempo, il totale distanziamento da quell’anacronismo troppe volte fatale alla sinistra. 
 
E mentre lui si spertica per citare Jovanotti e il suo Big Bang dal palco, a rischio di diventare a tratti quasi la parodia del ragazzo fortunato, sotto il palco, ovvero tra la platea, la contraddizione non può non saltare agli occhi. Eccoli, sono tutti lì, accorsi sgomitando per farsi posto sul carro del vincitore; sono gli stessi di sempre, stesse facce, stessi luoghi comuni cianciati nell’attesa dell’inizio o sottovoce durante l’arringa. Odorano di salotti radical-chic, ma l’aroma è leggermente svanita perché il tempo della loro auge è passato ormai da parecchio. Non si rassegnano ad essere out, devono presenziare, esistere, a costo di essere fuori luogo con i loro applausi fuori tempo e le loro standing ovation non riuscite.

Le signore con le loro pashmine, che sembrano appena scese dalla terrazza della Grande Bellezza, improvvisamente reincarnate in groupie, approvano rumorosamente ad ogni ammicco giovanilistico del candidato. Stonate e fuori luogo, ricordano Meryl Streep e Goldie Hawn, assetate di eterna giovinezza in “La morte ti fa bella” e sembrano, come le due attrici nel film, cercare nel successo pop del sindaco fiorentino l’Elisir di Lunga Vita che le dispensi dalla vecchiaia e dall’oblio collettivo. Agli occhi di quel pubblico di sostenitori stantii ed assetati di gloria (anche passiva va bene), Renzi prende le sembianze della speziale Isabella Rossellini che offriva alle due invasate la possibilità di dieci anni d’immutata bellezza.

Poco importa se il prezzo che si richiede in cambio è la perdita di qualsiasi dignità. Il favorito segretario sembra imbarazzato, cerca garbatamente di zittire esplosioni d’inopportuno entusiasmo; tenta di essere suadente ma di non compiacere troppo quel pubblico che a tratti sente quasi come una zavorra. Zavorra della  quale è ancora schiavo ma della quale dovrà cercare di liberarsi in fretta, perché con questa valigia di prodotti umani riciclati sulle spalle, rischia che la morte politica faccia bello anche lui.