“Rumore, schiamazzo, ostacoli nell’uso del marciapiede da parte di altri pedoni”. Ho in mano il capo di accusa con cui le autorità polacche hanno processato per direttissima e condannato uno dei circa 150 tifosi della Lazio, arrivati la settimana scorsa a Varsavia.

Un processo penale. Un processo avvenuto senza la presenza di un difensore, senza la rappresentanza della nostra ambasciata. Un processo dove i ragazzi, tutti giovanissimi, molti minorenni, sono stati costretti a dichiararsi colpevoli, alcuni pagando una multa pari a circa 100 euro, per poter essere immediatamente rilasciati.

Non è avvenuto nel Terzo mondo, non è avvenuto in uno Stato dittatoriale, bensì in Polonia, in un paese dell’Unione europea dove fino a prova contraria dovrebbe esistere uno Stato di diritto.

Non stiamo certo qui a difendere i tifosi violenti e nulla possiamo dire sugli arresti dopo il lancio di sassi da parte di alcuni laziali nel confronti dei poliziotti polacchi, ma di certo non possiamo non condannare la decisione del tutto arbitraria della polizia locale di “fermare preventivamente i tifosi per evitare disordini”.

La cronaca è nota: complessivamente sono stati fermati oltre 200 supporter biancocelesti, di cui circa 50 sono stati rilasciati subito dopo l’identificazione. Altri sono stati liberati dopo due giorni e 20 di essi si trovano tuttora detenuti nella prigione di Varsavia.

Uno dei ragazzi coinvolti nel fermo, avvenuto nel pomeriggio di giovedì, e rimpatriato domenica mattina, ha raccontato che nella retata sono finiti non solo i tifosi della Lazio, ma anche turisti, anziani e donne, come nel caso di due ragazze toscane portate in questura solo perché italiane.

In un primo momento è stato detto loro che li avrebbero accompagnati allo stadio, ma invece sono stati condotti in commissariato, dove sono stati sottoposti all’alcol test e al droga test. In seguito hanno fatto firmare loro dei fogli in lingua polacca e li hanno portati in carcere.

Il ragazzo ha raccontato di non avere idea di dove fosse il carcere, che gli è stato impedito di avvisare la famiglia, di chiamare un legale o di contattare l’ambasciata.

I ragazzi arrestati, tra cui molti minorenni, sono stati privati degli oggetti personali e trasferiti in cella, privi di acqua e di cibo per 26 ore. La possibilità di andare al bagno era lasciata alla discrezionalità delle guardie carcerarie che a volte ignoravano totalmente le richieste, altre volte le esaudivano dopo una mezz’ora.

Il venerdì mattina sono stati interrogati alla presenza di un interprete.

I ragazzi sono stati processati per direttissima sabato mattina, ma prima sono rimasti altre tre ore in cella con le mani ammanettate dietro la schiena.

Questi ragazzi non avevano fatto nulla. Ma anche fossero stati colpevoli niente giustifica la negazione dei più elementari diritti a cominciare da quello di avere un avvocato difensore.

Ma la cosa più grave è che la polizia polacca ha dichiarato di essersi comportata in modo conforme alle procedure legali in vigore. Ossia era tutto lecito: il fermo, la mancanza di acqua e di cibo, i maltrattamenti, l’iter processuale.

Delle due l’una: o la polizia polacca ha raccontato balle o in Polonia vigono regole diverse da quelli dei Paesi dell’Unione europea. A questo punto sarebbe necessario che anche le istituzioni europee fossero coinvolte per fare piena chiarezza in questa vicenda.