C’è una parola che comincia a conoscere anche chi non si occupa di Terzo settore, di raccolta fondi, di organizzazioni non profit. È crowdfunding (crowd=folla + funding=finanziamento). Il termine è stato usato per la prima volta nel 2006, quando Barack Obama utilizzò questo metodo per finanziare la sua prima campagna elettorale.

Il crowdfunding è, in due parole, una colletta online per raccogliere capitali diffusi. L’universo del crowdfunding, però, non è affatto semplice. Esistono circa cinquanta piattaforme di crowdfunding in Italia, ciascuna con le proprie specificità. Si possono distinguere almeno quattro differenti tipi di crowdfunding, dal meccanismo di prestito tra privati all’erogazione di denaro per finanziare un prodotto innovativo; dalla sottoscrizione di capitale di rischio (peraltro ben regolamentata dalla Consob per tutelare i risparmiatori) fino alla donazione, che non prevede un ritorno economico, ma simbolico (l’appartenenza, la partecipazione a un’associazione).

Il 28 novembre a Torino è stato organizzato un interessante evento sul crowdfunding, seguito da moltissime persone, sia presenti in sala che collegate in streaming, dal titolo Fundraising e Crowdfunding, durante il quale sono state dette cose molto interessanti, e ci si è molto soffermati sugli aspetti tecnici: perché fare raccolta fondi attraverso questo strumento, quali sono i vantaggi, quali i problemi, quali le piattaforme. Ci si è chiesti se gli italiani abbiano fiducia nelle donazioni on line, se mettano volentieri i dati della propria carta di credito sul web, se amino usare paypall.

Desidero sottoporre a voi una riflessione più generale. Vorrei provare a leggere il crowdfunding come un fenomeno sociale, oltre che come uno strumento di finanziamento per il profit o per il non profit. Mi pare, infatti, che il tentativo di far partire dal basso, dal sociale, dalle piccole aziende, dagli individui creativi, dalle piccole organizzazioni non profit richieste di erogazioni rivolte ai concittadini significhi due cose:

a) la stanchezza di molti rispetto al monopolio del credito da parte delle banche, degli investimenti da parte del mercato finanziario tradizionale, e delle donazioni da parte delle multinazionali del non profit (lasciatemelo dire), troppo potenti e troppo lontane per essere controllabili;

b) il pensiero che il crowdfunding divenga, nel futuro, quello che è diventato il microcredito nei paesi in via di sviluppo. Un’opportunità per chi ha idee, ma non il capitale necessario per trasformarle in progetti. Un modo per evitare che possano essere imprenditori solo i ricchi, o coloro che hanno relazioni importanti. E inoltre anche uno stimolo, per le associazioni che lavorano bene su un territorio, a valorizzare il loro operare presso i loro concittadini.

Che ne pensate? Credete che possa essere uno strumento per potenziare almeno un po’, in questo paese sgangherato, il talento, le idee, il merito, il lavoro sociale serio e onesto?