Prosegue il braccio di ferro tra il governo ucraino e i manifestanti, favorevoli all’accordo di associazione con l’Unione Europea, dopo la massiccia mobilitazione del 1 dicembre a Kiev. Il premier ucraino Mikola Azarov parla di “metodi illegali”e azioni ormai “incontrollabili” simili a quelle di “un colpo di Stato” da parte delle forze anti-governative per ribaltare il potere. Mentre la tensione continua a salire, il presidente della Commissione europea José Barroso ha sollecitato le autorità ucraine a “impegnarsi urgentemente con tutte le forze politiche rilevanti “per arrivare a “una soluzione pacifica e politica” nel Paese. In una conversazione telefonica con il presidente Viktor Ianukovich,  si è detto disponibile a discutere gli aspetti di “implementazione legati agli accordi già siglati” ma non a riaprire i negoziati. Nonostante la situazione Ianukovich, ha confermato il suo viaggio in Cina da domani al 6 dicembre.

Nello scontro tra l’Esecutivo e gli attivisti ucraini, si inserisce anche Vladimir Putin, secondo cui le proteste a Kiev non hanno nulla a che fare con le relazioni Ucraina-Ue, ma “erano preparate in vista delle elezioni presidenziali del 2015”. Il presidente russo aveva commentato le agitazioni nel Paese guidato da Ianukovich già durante il vertice italo-russo a Trieste, sottolineando come la scelta con chi sottoscrivere accordi fosse “un diritto sovrano dell’Ucraina”.

I manifestanti hanno bloccato gli ingressi nella sede del governo ucraino nella capitale. Le strade attorno all’edificio sono state paralizzate dalle auto dei simpatizzanti dell’opposizione. In seguito allo sciopero generale annunciato nel Paese, gli attivisti hanno chiesto le dimissioni del primo ministro Mykola Azarov e del suo governo, esortando i membri del gabinetto ad “andare a casa”. Precedentemente, l’ex ministro dell’Interno, Yuri Lutsenko, aveva invitato i dimostranti a protestare solo davanti al palazzo del governo, senza coinvolgere anche quello presidenziale. Ma i membri dell’Esecutivo si rifiutano di dichiarare lo stato d’emergenza. Le violenze di questi giorni hanno provocato numerosi feriti, in parte gravi, anche fra i giornalisti: circa 40, secondo quanto denunciato a Berlino dall’organizzazione Reporter senza frontiere. 

La protesta era montata nei giorni scorsi fino ad arrivare alla giornata campale di domenica. Centinaia di migliaia di persone erano scese in strada nonostante il divieto governativo di manifestare. I dimostranti si erano ben presto scontrati con le forze dell’ordine, nel tentativo di raggiungere il palazzo presidenziale. Avevano anche occupato il municipio di Kiev e la sede dei sindacati. A quel punto erano intervenute le teste di cuoio, che dopo tre ore di scontri avevano sgomberato le migliaia di manifestanti con cariche, manganellate e lanci di lacrimogeni.