Questa è una breve riflessione sull’assalto alla sede del Pd in via Giubbonari a Roma avvenuta il 20 novembre scorso.

Sui social network e sui giornali online ho letto e sentito molti commenti di appartenenti al Pd che additavano questi assaltatori come fascisti. Beh è troppo facile, è una mossa un po’ da ‘grillini’ provare a semplificare la complessità per avere risposte rincuoranti che ci filino in testa secondo la nostra visione della società e della politica. E poi è lo stesso errore di sempre: chi era a sinistra del Pci era fascista, chi ora è a sinistra del Pd è fascista. Non si accetta che ci possa essere qualcuno più a sinistra del “Partito”.

L’imbrattamento a suon di bombolette spray (rosse e nere) della targhetta di plastica del Pd e di quella in pietra con falce e martello del Pci (sono disposte parallelamente), fuori dalla sede in via dei Giubbonari, è il risultato di questo cosiddetto assalto.

Sappiamo tutti che c’è un problema, una criticità, in Val di Susa, e il Pd, che per differenziarsi dalla destra afferma di porsi come partito che ascolta le proteste, questa protesta in verità non l’ascolta, è evasivo, al suo interno ci sono svariate posizioni, sia nell’apparato che nella base. Troviamo tesserati Pd  favorevoli alla Tav, tesserati Pd contrari e tesserati Pd della base che giustificano i sabotaggi.

Ora, la rabbia e lo spontaneismo che hanno contraddistinto l’episodio di qualche giorno fa, è l’ennesimo sintomo di una forte esasperazione sociale che purtroppo una parte della politica proprio non riesce a capire. In parole semplici, ci sono molte persone che non ne possono più di questo contesto generale: dalla crisi economica (sono ormai cinque anni e stiamo entrando nel sesto) che porta con se tutta una serie di problematiche (lavorative, abitative e sociali), alla crisi della politica come forma di rappresentanza; politica di cui questo governo viene visto come l’apice di una totale presa per i fondelli e come un totale tradimento di determinati valori che fino a qualche anno fa erano visti come imprescindibili.

Fra questi individui che protestano ci sono persone, vuoi per formazione politica, vuoi per indole personale, che proprio non riescono a stare calme e serafiche a discutere davanti a un tavolo sul come mai hanno vent’anni e non hanno un futuro che sia uno, in più nelle istituzioni riconoscono costantemente la presenza di una buona parte di politici (forse la maggioranza) che sprecano denaro pubblico, sono corrotti, corruttori e corruttibili, sono intrallazzati tra banche e fondazioni e piazzano in aziende pubbliche decotte dirigenti farlocchi solamente perché amici di qualche altro politico. Allora, siccome questi ventenni hanno del sangue dentro che brucia più del dovuto, più del vostro o del mio, usano la ‘violenza’ (imbattano i muri con le bombolette) come mezzo politico. Ma non sono fascisti, i fascisti sono un’altra cosa.

Allora bisogna chiamare le cose con il loro nome e non si può più ragionare a braccio, soprattutto se sei un esponente di uno dei due partiti di governo. Non si può desemantizzare una parola e utilizzarla dove fa comodo alla propria linea politica, soprattutto se si ha la responsabilità di veicolare dei contenuti per una buona parte della popolazione e, di conseguenza, non si può affermare che quelli che lottano contro il Tav o quelli presenti nei movimenti extraparlamentari sono tutti fascisti, principalmente perché è una falsità.

Se non si rispetta la rabbia, l’ira, lo sdegno e la disperazione a cui portano determinati momenti storici (ed emotivi) insostenibili, vuol dire che irrimediabilmente il divario è enorme, se non si percepisce più il disagio sociale che serpeggia tra la popolazione e si continua a non capire che si è  arrivati inesorabilmente a uno scollamento totale tra le classi sociali, allora significa che purtroppo i livelli di percezione sono due: quello di chi conduce una vita quotidiana cosiddetta “normale” e quello di chi conduce una vita filtrata dalla sezione di partito. (Trascuro appositamente una terza categoria, la maggiore, cioè quella di chi vede la vita filtrata dalla Tv, a loro tanto va bene tutto quello che decidono gli altri).

In questo panorama emerge ovviamente il M5S, sopratutto perché in parte riesce a capire la rabbia e ad incanalarla in uno strambo contenitore populista. Ovviamente non prende i voti di chi era l’altro giorno a manifestare davanti alla sede del Pd, però in qualche modo, pur essendo politicamente nullo, pesantemente dietrologico, approssimativo e intellettualmente pari allo zero, il M5S riesce ad incanalare la rabbia e il malcontento e magari a tratti riuscire a dialogare con il movimento No Tav.

Nonostante questo, il M5S rappresenta però il fallimento della politica e non la vittoria della rete, questo lo vorrei sottolineare. Dentro al Cinque Stelle non c’è politica: non ci sono argomenti strutturati, analizzati, teorizzati e, più di tutto, c’è questa idea di portare avanti un’immagine semplice della società. In verità, società e politica sono cose complesse e, in quanto tali, richiedono risposte complesse, magari esposte con un linguaggio codificabile, divulgativo e popolare, però la via giusta non è di certo la riduzione della complessità. Semplificare quest’ultima è come chiamare fascisti gli imbrattatoti della sede del PD in via Giubbonari a Roma. Tutta questa semplificazione sta diventando insostenibile.

“Dammi risposte complesse” scrive Gipi nel suo ultimo fumetto “Unastoria”… che dire, come dargli torto.