Diceva Paolo Borsellino: “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”. Purtroppo parole al vento. Per la tv le mafie non esistono, se ne parla solo quando vi sono fatti tragici o quando un libro diventa un successo: avere ospite chi lo ha scritto garantisce ascolto. Recentemente solo l’interessante trasmissione di Concita De Gregorio, Pane quotidiano (Rai3) lo ha fatto con il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri ospite. Quello che dovrebbe far indignare l’opinione pubblica, un po’ troppo distratta (a ragione dalla crisi, a torto dal dilagare nauseabondo della politica nei tg), è che per la maggior parte dei media e per le istituzioni, tra i “condannati” dalle mafie ci sono quelli di Serie A e quelli di Serie B. 

Per i primi le luci sono sempre accese, per i secondi, tra questi il sostituto procuratore di Palermo Nino Di Matteo e il collega di Caltanissetta Nico Gozzo, no. Parlarne significa non lasciarli soli, proteggerli. Quello che più sconcerta è il comportamento volgarmente censorio delle istituzioni: per i minacciati di Serie A si sprecano gli inviti, le conferenze, i premi e la garanzia di un posto in parlamento, per Di Matteo e gli altri pm, le attenzioni sono quelle di Totò Riina e del suo giro: “Questi cornuti, se fossi fuori gli macinerei le ossa”.

Sempre per “sant’Auditel”, è meglio avere ospiti in tv Renzi e Alfano, oppure dare spazio alle parole del pregiudicato Berlusconi che ancora oggi insiste nel definire il mafioso Mangano un “eroe”. Neanche dopo che Riina ha detto su Di Matteo: “Che vuole questo? Perché mi guarda? A questo devo fargli fare la fine degli altri”, le istituzioni sono intervenute pubblicamente.

I presidenti del Senato, della Camera, del Consiglio, al di là delle parole di circostanza, non sono andate in procura a Palermo per testimoniare la loro solidarietà. Il silenzio assordante di Napolitano non è giustificabile neanche dal fatto che deve deporre al processo sulla “trattativa” tra Stato e mafia sul contenuto delle intercettazioni telefoniche tra lui e Mancino. Di Matteo è un uomo e un magistrato tutto d’un pezzo (questo non gli è da aiuto con un Csm così politicizzato), e come fecero Falcone e Borsellino, si concede pochissimo ai media, parla nei tribunali, perciò meglio isolarlo con un provvedimento disciplinare, e cestinare la sua domanda per procuratore aggiunto. La notizia buona per Di Matteo e gli altri pm è che Riina, contrariamente a una volta, parla molto e agisce poco. 

Il Fatto Quotidiano, 27 Novembre 2013