Tre giorni di caccia all’uomo per le strade di Parigi. Soffiate che regalano la pista giusta alla polizia. Un sospetto nel parcheggio sotterraneo di una banlieue della capitale, semisvenuto, imbottito di medicine. Chiuso nella sua auto, forse cerca di fuggire, questa volta per sempre. Vecchie storie criminali che riemergono dal passato nero della città. Il test del Dna che non lascia dubbi. 

Finisce così la storia di Abdelhakim Dekhar, 50 anni circa. La polizia lo ha arrestato ieri sera nella periferia nord-ovest di Parigi, mentre stava assumendo una grossa quantità di medicinali dentro la sua auto, forse con il tentativo di suicidarsi, a Bois-Colombes, periferia nord-ovest. Gli investigatori non hanno dubbi: è stato lui a entrare nella sede del quotidiano Libération. E’ stato lui a sparare con un fucile a pompa contro un fotografo, ferito gravemente. E’ lui il fantasma scomparso per tre giorni tra le strade della città. E’ sua la faccia catturata dalle telecamere di mezza Parigi.

Il Dna rinvenuto dai bossoli raccolti dalla scientifica lunedì nella sede del quotidiano, davanti alla Societé Generale, – dove l’uomo ha sparato contro una vetrata – insieme a quelli estratti dalla portiera della Renault Twingo dell’ostaggio sequestrato venti minuti, tra la Defense e gli Champs-Elysees, combacia con quello di Dekhar, detto Toumi. Il test lo ha confermato questa notte. “Ho fatto un’enorme sciocchezza”, avrebbe detto a un uomo a lui vicino, lo stesso che poi lo ha segnalato alla polizia. Nel 1998, Dekhar venne condannato a quattro anni per associazione a delinquere e complicità in rapina. Il suo destino si incrociò con quello di due giovani: Florence Ray e Audry Maupin, definiti i nuovi Bonnie & Clyde. In mezzo c’era sempre un fucile a pompa e una sparatoria, l’epilogo della storia però fu diverso: cinque morti ammazzati. E’ il 1994, ed è Dekhar a fornire l’arma alla coppia dei due studenti che nella notte del 4 ottobre insanguinarono Parigi con una spedizione folle. Una notte mai chiarita fino in fondo. Rey, 19 anni, studentessa modello cresciuta in ambiente cattolico, frequentava Maupin, che conobbe a sua volta Dekhar. Entrambi erano vicini agli ambienti della sinistra antagonista, a gruppi anarchici eredi di Action Directe, gruppo terroristico degli anni Ottanta. L’idea di quella notte era semplice e suicida: assaltare un deposito di auto rimosse, per impadronirsi delle armi dei poliziotti di guardia. L’attacco, studiato nei dettagli, – con Dekhar che fa da esca e gli altri due che danno l’assalto – finisce male, con tre poliziotti, un tassista uccisi e lo stesso Maupin che spira fra le braccia di Florence Rey. Dekhar ha sempre negato di avere avuto un ruolo in quella vicenda, sostenendo di essere una sorta di infiltrato al servizio del governo algerino, circostanza mai dimostrata. Dopo il processo e il carcere nessuna notizia è riemersa sul suo conto. Fino agli spari di lunedì e all’arresto.

“Dekhar era un uomo estremamente enigmatico, molto intelligente, ma difficile da cogliere fino in fondo”. Lo descrive così la sua ex-avvocata, intervistata nella notte da BFM-TV. “Un po’ mitomane. Ha sempre detto che lavorava per i servizi segreti francesi”, ha aggiunto il legale. Adesso si trova ricoverato in ospedale. Soddisfazione per l’operazione di polizia è stata espressa nella notte dal ministro dell’Interno, Manuel Valls e dal ministro della Giustizia, Christiane Taubira.