“Metteremo in commercio automobili a guida autonoma entro l’inizio del prossimo decennio”. Più chiaro di così, il numero uno della Nissan Carlos Ghosn, non poteva esserlo. E visto che il 2020 non è poi così lontano, Ghosn ha affermato che “i mattoni con cui verranno costruite le auto che si guidano da sole sono già presenti nel sistema Safety Shield della nuova Qashqai“. Di cosa si tratta? Di uno “scudo di sicurezza” – questa la traduzione letterale – che sarà disponibile come optional sulla seconda generazione della crossover più venduta in Europa, nelle concessionarie italiane a partire da febbraio 2014. Il pacchetto, di cui per ora non si conosce il prezzo, è composto da sette sistemi elettronici che aiutano l’automobilista in tutte le fasi della guida, dal parcheggio ai viaggi in autostrada.

Il sistema di assistenza al parcheggio – che individua lo spazio sufficiente e muove il volante nei parcheggi a S, già disponibile su vetture di altri marchi – è integrato sulla Qashqai da un sistema di allerta degli oggetti in movimento, che avvisa con un allarme sonoro se qualcuno, per esempio un bambino, entra nell’area di manovra. E questo è il primo dei sette componenti del Safety Shield. Il secondo è il sistema anticollisione frontale, che controlla l’area davanti al veicolo e, in caso di rischio di tamponamento, prima avverte il guidatore e poi agisce direttamente sui freni. Questo genere di frenata automatica è stata testata dall’EuroNCAP, l’ente europeo per la sicurezza dei veicoli, su otto modelli (Fiat 500L, Mercedes Classe E, Volksagen Golf, Honda Civic, Mitsubishi Outlander, Ford Focus, Volvo XC60 e V40) e dall’anno prossimo concorrerà all’elaborazione del celebre “voto” sulla loro sicurezza che viene espresso in stelle (massimo 5).

Lo Safety Shield della Qashqai comprende anche la regolazione automatica dei fari abbaglianti, il riconoscimento della segnaletica stradale e tre dispositivi utili soprattutto quando si viaggia in autostrada: il sistema di copertura degli angoli ciechi, che rileva la presenza di veicoli altrimenti invisibili nell’angolo cieco degli specchi retrovistori esterni, l’avviso di cambio di corsia involontario e il rilevamento del colpo di sonno, che analizzando il ritmo delle correzioni sul volante, in caso di movimenti sospetti lancia l’allarme in abitacolo.  Ognuno di questi sistemi, preso di per sé, non fa impressione. Se però pensiamo che oggi un’auto è in grado di individuare i percorsi migliori, di leggere i segnali che incontriamo per strada, di seguire le righe sulla carreggiata, di mantenerci all’interno delle corsie e di limitare i rischi di collisione o tamponamento dovuti alla nostra distrazione,  ci accorgiamo che, tecnologicamente, la self driving car è dietro l’angolo.

La Nissan ha già fatto fare un giro di prova su una Leaf a guida autonoma al primo ministro giapponese Shinzo Abe e analoghe dimostrazioni sono state messe in scena da Audi, BMWGM, FordMercedes, Tesla, ToyotaVolvo e anche da Google, la cui “Google car” a guida autonoma è da tempo autorizzata a circolare sulle strade di alcuni Stati americani. Chi l’ha visto, ha stampato negli occhi il completamento del percorso della leggendaria corsa in salita Pikes Peak, in Colorado, da parte di un’Audi TTS senza pilota. La tecnologia c’è. Il problema, semmai, sarà convincere gli automobilisti a cedere il volante