Sì al referendum per l’abrogazione del taglio dei tribunali, no alla consultazione “anti-casta”. Lo ha deciso l’Ufficio referendum della Cassazione, presieduto niente meno che da Corrado Carnevale. Passato alle cronache come “giudice ammazza-sentenze“, il magistrato è diventato famoso per avere annullato una lunga serie di condanne ai danni di personaggi legati a Cosa Nostra e per essere stato processato per concorso esterno in associazione mafiosa, accusa da cui è poi stato assolto. L’ufficio ha dichiarato “l’ammissibilità” del referendum chiesto da nove Consigli regionali, Abruzzo in testa, per abrogare la riforma della geografia giudiziaria che ha tagliato mille tribunali. Ora la parola passa alla corte costituzionale per un ulteriore vaglio. Dichiarati invece inammissibili due referendum, il cosiddetto quesito “anti-casta” e uno relativo al tema del lavoro.

La norma sulla spending review del governo Monti aveva previsto la riduzione e l’accorpamento di 37 tribunali sui 165 esistenti, di 38 procure e la soppressione di tutte le 220 sezioni distaccate di tribunale. Il decreto puntava a ottenere risparmi di spesa pari a 2 milioni 889mila e 597 euro per il 2012, 17milioni 337mila e 581 euro per il 2013 e 31 milioni 358mila e 999 per il 2014. Contro il taglio dei tribunali, tuttavia, si era sviluppato un ampio movimento di protesta in tutta Italia. Tra le varie iniziative, cortei di sindaci, blocchi di strade statali, sit-in di lavoratori, lettere al premier Enrico Letta e al Capo dello Stato Giorgio Napolitano e, addirittura, la minaccia di darsi fuoco da parte di un dipendente. Infine, è arrivata la richiesta di un referendum abrogativo, promossa dal consiglio regionale dell’Abruzzo e subito sottoscritta da Basilicata, Calabria, Marche, Friuli-Venezia Giulia, Puglia, Campania, Liguria e Piemonte. “E’ giusto risparmiare in tempi difficili”, aveva spiegato Emilio Nasuti, il consigliere abruzzese delegato alla promozione del referendum. “Ma così come è concepito il provvedimento non ha senso: in alcuni casi siamo ai limiti della sospensione del servizio ai cittadini”.

E mentre può ritenersi soddisfatto chi si oppone al taglio dei tribunali, non possono festeggiare Antonio Di Pietro e Paolo Ferrero. I leader di Idv e Rifondazione Comunista erano tra i promotori del quesito “anti-casta” e di quello in materia di lavoro, che sono stati ritenuti inammissibili dalla Cassazione. A quanto si apprende dallo stesso ufficio, la decisione è dovuta al fatto che le richieste sono state presentate nel cosiddetto “semestre bianco”, cioè dopo la proclamazione dei comizi elettorali, periodo in cui la legge non ne consente la presentazione. In particolare, la proposta di referendum “anti-casta”  era stato presentato da esponenti del movimento Unione Popolare guidato da Maria Di Prato e intendeva abrogare l’articolo 2 della legge 1261 del 1965, che disciplina le indennità spettanti ai membri del Parlamento. L’idea era di abolire i compensi relativi alla diaria ed alle spese di soggiorno a Roma, che ammontano a circa 3.500 euro lordi. I promotori avevano raccolto più di un milione e trecentomila firme. Quanto ai due quesiti sul lavoro, sostenuti anche dalla Fiom e da parte della Cgil, il primo proponeva l’abrogazione delle modifiche all’articolo 18 introdotte con la riforma Fornero, mentre il secondo sosteneva la cancellazione dell’articolo 8 del decreto legge Sacconi che introduce la possibilità di derogare le norme dei contratti nazionali con accordi aziendali e territoriali.