“Quei treni in quelle condizioni continuano a viaggiare. E di incidenti ne succedono ancora tutti i giorni. E per buona sorte non succede una strage”. Daniela Rombi ha passato gli ultimi 4 anni a studiare documenti e faldoni sulla sicurezza ferroviaria italiana e sa che disastri come quello di Viareggio, costato la vita a 32 persone, tra cui sua figlia Emanuela Menichetti, potrebbero accadere di nuovo. Ci saranno tutti i parenti delle vittime mercoledì a Lucca, quando inizierà il processo per l’incidente del 29 giugno 2009. Daniela Rombi è presidente e portavoce dell’associazione “Il Mondo che Vorrei”. In un’intervista rilasciata al fattoquotidiano.it non trattiene la rabbia e parla delle aspettative per un processo che “dovrebbe interessare tutta l’Italia”. “Questo – dice – non è soltanto un processo per 32 persone morte. Questo è un processo a un sistema, quello di Ferrovie, che io ritengo marcio, sporco. E ne va della salute di tutte le persone”. Non si trattiene: “La bocca non me la tappa più nessuno. Perché quando hai perso una figlia tutto il resto non ti fa paura”. 

Punta il dito contro il risanamento dei conti di Ferrovie dello Stato: “I bilanci – dice – sono stati risanati da Moretti. Ecco: andiamo a vedere come. Perché ci sono tanti modi. La manutenzione è stata la prima cosa che è stata tagliata. E si fa presto a far così. Non diamo milioni, milioni e milioni di euro all’Alta Velocità e manuteniamo bene quello che abbiamo: per le merci pericolose, per gli operai, per gli studenti, per i cittadini normali”. 

La mamma di Emanuela – che il 29 giugno di 4 anni fa aveva 21 anni – si darà pace solo se questo processo servirà a cambiare le ferrovie, per tutti. “Pensiamo – spiega – che il processo debba servire a migliorare il sistema ferroviario, specialmente delle merci pericolose; sono morte 32 persone nella sicurezza delle loro case e non devono essere morte invano, devono servire a qualcosa”. E continua: “Non dovremmo avere più paura di abitare vicino a una ferrovia. Perché i sistemi ci sono, ormai lo sappiamo: è quattro anni che studiamo, ci informiamo. Abbiamo le case piene di documenti”.

Sono agguerriti più che mai i viareggini. “Tutti i parenti delle vittime – annuncia Daniela Rombi – saranno presenti al processo. E’ la prima volta che Ferrovie si trova davanti tante parti civili. Non è mai successo: a Crevalcore (2005, 17 morti, 10 assoluzioni, ndr) avevano una moglie di un macchinista e l’errore è stato umano perché i macchinisti erano morti. Ma qui hanno avuto sfortuna le Ferrovie. Primo, perché i macchinisti non sono morti, possono dire. Secondo, perché è successo a Viareggio. Siamo un po’ strani noi: possono fare quello che vogliono, ma noi ci saremo”. E non vuole sentir parlare neanche da lontano dell’ipotesi di uno spostamento del processo: “E’ ventilato da tempo, ma io l’ho sempre detto: che non facciano quella mossa lì, perché la strage è avvenuta a Viareggio. Che non comprino, che non trafughino, che non inventino, che non facciano le magie per spostarlo da altre parti”.

Il processo, per la portavoce dei familiari delle vittime, deve servire anche “a far pagare chi ha comunque guadagnato, chi ha approfittato di questa situazione”. E ricorda quella notte del 29 giugno 2009: “E’ devastante sentirti chiamare da tua figlia e sentirti dire: ‘Mamma, è successo un incidente, è scoppiato un incendio, ma stai tranquilla che non mi sono fatta nulla’ e è bruciata al 98%. E io non l’ho potuta più abbracciare… è un incubo. Potete provarci, ma nessuno lo può capire”. E conclude: “Io non ce la faccio a stare a casa zitta, a piangere, morirei in un giorno solo, perché Emanuela aveva vent’anni ma i bambini ne avevano 3, 5, e poi il babbo, la mamma, il fratello… La gente è andata a cercarli col setaccio della polenta i resti dei suoi fratelli. Capito? E io sono stata 42 giorni fuori da quella porta, a vederla dietro un vetro. Per chi? Perché? Io lo voglio sapere”.