La Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, ha saputo mantenere per anni il suo potere sulla politica e sulle forze armate iraniane. Una lunga inchiesta della Reuters ha svelato anche una terza dimensione del potere dell’ayatollah: quella economica, fondata sulle ramificazioni di un’organizzazione chiamata Setad che ha costruito la propria ricchezza sulle espropriazioni. È anche grazie al flusso di affari di questa società che si spiega il controllo esercitato da Khamenei negli ultimi 24 anni, forse addirittura superiore a quello esercitato dal suo predecessore, il padre della Repubblica islamica, Ruhollah Khomeini.

La prima parte dell’inchiesta condotta dall’agenzia britannica negli ultimi sei mesi è stata pubblicata nel giorno in cui si sono conclusi con un nulla di fatto i colloqui di Ginevra sul programma nucleare iraniano. Secondo quanto riportato, non emergono prove che la Guida suprema, di cui spesso è enfatizzato lo stile di vita frugale e austero, si sia personalmente arricchito grazie alle attività della Setad. Il nome completo in farsi è Setad Ejaraiye Farmane Hazrate Eman, ossia il quartier generale per eseguire gli ordini dell’imam. Trae ispirazione da un editto firmato da Khomeini poco prima della sua morte nel 1989, che affidava alla società il compito di gestire e vendere le proprietà abbandonate durante gli anni della rivoluzione islamica.

Il fine ultimo doveva essere caritatevole, rivolto a usare i fondi per sostenere i veterani, le vedove di guerra e “gli oppressi”. Negli ultimi sei anni, rivela l’inchiesta, la società si è trasformata in qualcosa di altro, ossia in un “colosso degli affari” con partecipazioni in tutti i settori dell’economia iraniana, dalla finanza, all’industria petrolifera, alla telecomunicazione, alla farmaceutica, “fino all’allevamento di ostriche”. Un impero finanziario da 95 miliardi di dollari, il 40 per cento superiore al totale delle esportazioni di petrolio iraniano dello scorso anno (67,4 miliardi di dollari) e capace di superare la ricchezza attribuita e contestata in tribunale allo scià Mohammad Reza Pahlavi, accusato al tempo della rivoluzione del 1979 di aver sottratto 35 miliardi di dollari, oggi pari a 79 miliardi. Una crescita tale da attirare le attenzioni del dipartimento del Tesoro statunitense che ha imposto sanzioni sull’organizzazione considerata una rete di società che agisce in nome della leadership iraniana.

Del patrimonio di Setad almeno 52 miliardi derivano dai beni immobili. Appena lo scorso maggio l’organizzazione ha messo all’asta 300 proprietà, tra case, negozi, addirittura una spa nella capitale Teheran, al prezzo iniziale totale di 88 milioni di dollari. La prima parte dell’inchiesta si concentra principalmente sui metodi con cui l’organizzazione ha accumulato tali beni, attraverso la confisca sistematica delle proprietà appartenenti alle minoranze religiose e agli iraniani all’estero. Sebbene sia vero che negli anni l’organizzazione ha contribuito alla costruzione di scuole e strade e alla fornitura di energia elettrica alle aree più povere del Paese, altrettanto vero è che ciò che è riuscita a guadagnare supera ciò che ha dato anche grazie alla compiacenza della magistratura, che farebbe risultare abbandonate proprietà che in realtà non lo sono.

L’inchiesta segue in particolare le requisizioni delle proprietà degli appartenenti alla comunità Baha’i, una minoranza religiosa non riconosciuta da Teheran e sottoposta a persecuzioni e discriminazioni. Il lavoro di Reuters si apre e chiude con il racconto di una donna di 82 anni, ora in Europa, costretta a cedere il proprio appartamento. La donna, Pari Vahdat-e-Hagh, racconta di come i suoi problemi iniziarono con l’arresto del marito, condannato a morte nel 1981. Iniziò così a chiedere giustizia per un’esecuzione che riteneva ingiusta, spedendo lettere alle alte cariche dello Stato, compreso l’allora presidente Khamenei. Fu poi ordinata la confisca del suo appartamento e i figli, all’estero, accusati di proselitismo della fede Baha’i. Due fondazioni fecero pressioni sulla donna affinché cedesse loro le sue proprietà. Una serie di vessazioni culminata con lei costretta a lasciare il Paese nel 1993 e la Setad che ancora nel 1999 le inviava avvisi per tentare di venderle o affittare le proprietà che erano state estorte a lei e ai figli. Accuse che il portavoce dell’organizzazione ha definito “non corrette e lontane dalla realtà”.

di Andrea Pira