Quando si parla di violenza non c’è niente da ridere: in ogni sua declinazione, dalle parole per ferire o ghettizzare sino al femminicidio c’è l’escalation del lato peggiore dell’umano, e ogni minimizzazione o ridicolizzazione condisce ancora di più l’ingiustizia che la violenza sottende. Però per fortuna ci sono l’intelligenza e la creatività che possono essere alleati straordinari per rinviare al mittente la brutalità e la prepotenza ignorante, che abita le strade, le case, i palazzi della politica così come, massiccia e pervasiva, il web, i social network, le liste in rete, i blog. Come di consueto il sito upworthy non si smentisce: è una miniera di suggerimenti, risorse e stimoli davvero preziosi. In questo video, il cui testo è stato tradotto in italiano dal sito del ricciocornoschiattosoc’è un capolavoro di messa al bando del popolo degli ‘odiatori’: persone in carne ed ossa, maggioritariamente ben nascosti dietro nick e false identità, che passano il tempo a insultare, denigrare, ridicolizzare, diffamare, minacciare altre persone: meglio se donne, meglio ancora attiviste e femministe, o uomini rappresentanti di pezzi di società che possono far da bersaglio per l’odio razziale, sessista, omofobo.

La canzone (meglio dire il mini musical deliziosamente ambientato nel fluo pastelloso degli anni ’50) viene offerta al pubblico come strumento da ‘suonare ogni volta che si intercetta un commento sessista, razzista o omofobo on line’. Guardare per credere: è praticamente perfetto. Mister Arguzia, (così è battezzato l’odiatore), viene ringraziato per il suo operato, nonostante “qualcuno potrebbe dire che sei sessualmente aggressivo, razzista, omofobo, misogino,
codardo, analfabeta, rifiuto della società.
Ma io ti dico: grazie bello sconosciuto”Ti chiamano ‘odiatore’, ma è solo che sono gelosi. 
Le tue costruttive perle di saggezza mi emozionano, non lo posso negare. 
Come faremmo senza di te? 
Come potremmo migliorare i nostri canali YouTube senza i tuoi ‘vai a farti fottere’ e ‘muori’? Sono davvero sicura che se ti incontrassi
probabilmente non mi stupreresti come hai promesso di fare”. Della violenza sessista in rete, fenomeno globale che non risparmia nessuna cultura e geografia, si occupano molti siti e gruppi di donne (e anche misti): nel numero appena uscito della rivista Marea si tenta una mappatura dei casi più eclatanti, tra i quali spicca l’operato di Rush Limbaugh, noto anchorman nordamericano che si autodefinisce anti- #feminazi, cioè fiero oppositore della categoria di abominevoli donne che, delirando di eguaglianza fra i sessi, minano la società e riducono le misure virili (sì proprio così). Per la verità ‘sei una nazifemminista’ lo hanno scritto anche a me (non c’era la firma, ovviamente): ho pensato che ci vuole una bella fantasia per concepire questa locuzione, e riconosco all’odiatore lo sforzo, diciamo così, creativo.

Non mancano desolanti e inquietanti gruppi italiani su facebook, taluni tenuti da individui che poi hanno anche siti dedicati ossessivamente alla lotta contro le femministe: per esempio il gruppo che vuole istituire un tribunale ‘di Norimberga’ contro le nazifemministe, per non parlare del comitato pari opportunità maschili (sempre su facebook) dove l’autore si scaglia contro i tg che parlano ‘troppo’ di femminicidio. E che dire della pagina ‘Scusa ma ti voglio stuprare’, con quasi 2000 iscritti, che vive sulle classifiche di gradimento delle foto mandate dalle ragazzine, votate dai maschi, età media sotto i 18, al quale fa eco, con oltre 2000 mi piace quella ‘Tua madre stupra i lampioni?’ Più volte segnalati a Facebook molti di questi siti restano attivi, anche perché il dibattito si sposta sulla censura e sul diritto di parola e di espressione, un terreno importante nel quale sembrano prevalere le ragioni sessiste su quelle del rispetto. Tricia Hendren,che ha co-fondato Rapebook, gruppo Facebook che ha cercato di impedire la palese misoginia ed le altre forme di molestie nel social racconta: “Abbiamo segnalato i contenuti che incentivano un linguaggio d’odio verso le donne o le minoranze, o che si compiacciono di crimini come lo stupro e l’omicidio. Facebook ha giudicato la stragrande maggioranza di questi come non abbastanza offensivi, affermando che si trattava di ‘umorismo polemico”Anche il più grande magazine feminista del mondo, MS, si occupa della vicenda, che negli States ha un peso rilevante, del ‘nazifemminismo’. Sempre suonando ogni tanto il video di Upworthy come antidoto all’orrore, sono da consultare le segnalazioni di siti violenti, dove il sessismo è di casa, raccolti dai siti:  ‘Esseredonne.it‘ e ‘Comunicazione di genere‘.