Come già si diceva, il servilismo è ormai il connotato distintivo della nostra classe dirigente; che “pe’ li rami” si propaga all’intera società nazionale, trasformando gli Antonio Razzi e i Domenico Scilipoti nel modello di successo offerto all’ammirata imitazione delle giovani generazioni. Insomma, l’apoteosi del furbastro più indecente, secondo la tradizione arlecchinesca nazionale del servitore di più padroni; che in questi ultimi giorni ha indossato due maschere attualizzate: la donna baritono Cancellieri e il lacchè dell’imperialismo Letta young. Servili sì, ma sempre con lo spirito “pragmatico” iscritto nella logica improcrastinabile delle larghe intese.

La ministra compassionevole una tantum, con quella sua voce che sembra provenire dall’antro di Mangiafuoco, arrabattando principi etici fuori luogo, ha tentato di motivare un favore ai Ligresti ispirato alla più palese logica familistica premoderna de “i figli so’ pezzi e’ core” (come non rendere il favore a chi aveva gratificato il suo virgulto con una buonuscita di 3,5 milioni di euro per un annetto di lavoro?). Al tempo stesso ha evidenziato l’altrettanto antica tradizione nazionale per cui i servitori dello Stato considerano destinatari delle loro attenzioni solo alcune fasce privilegiate del nostro Stato: i ricchi e potenti, della cui frequentazione ci si lusinga infischiandosene dei conseguenti condizionamenti e inerenti conflitti di interessi.

Infatti a questi arrampicatori sociali piace provare a raggiungere (o comunque frequentare) quanti il vertice lo hanno già raggiunto, a prescindere dal come.

Ma se la Cancellieri è solo un personaggio dialettale che bazzica i don Gesualdo locali, il premier Letta (che sa le lingue) ha l’ambizione di essere cooptato nei circuiti internazionali. Anche a costo di fare da tappezzeria, come compete all’ultimo arrivato; l’ospite invitato solo per fare numero. Comunque sia, un effetto penoso. Difatti è stato ulteriormente imbarazzante – nella già tale faccenda Datagate – assistere allo schierarsi di Letta senza se e senza ma dalla parte del bullismo degli Stati Uniti, tirando sassate metaforiche contro l’omino coraggioso Edward Snowden, colpevole di aver disvelato meccanismi ignobili della sorveglianza spionistica dell’impero sull’orlo di una crisi di nervi. Impero che prima ha tentato di giustificare le proprie paranoie da segretezza con il tormentone della lotta al terrorismo (anche se risulta un po’ difficile collegare le conversazioni personali di papa Bergoglio alle congiure jihadiste) e poi ha iniziato a praticare lo scaricabarili al proprio interno. Eppure, con alto sprezzo del ridicolo, il chierichetto che rifà Moro con un look manageriale – il flebile Letta – neppure se ne cale. Plateale personificazione della metafora miserevole del correre in soccorso al vincitore. E qui il servilismo si intreccia in un groviglio disdicevole all’opportunismo.

È consentito ad un anziano dire che un tempo si coltivavano altri modelli caratteriali, anche nel nostro Paese? Sandro Pertini, appena condannato dal tribunale fascista di Savona per aver tratto in salvo Filippo Turati, minacciava il disconoscimento alla propria madre se avesse presentato domanda di grazia per quel suo figlio al Duce. Ernesto Rossi e Altiero Spinelli se ne andavano senza fiatare al confino di Ventotene per non voler rinnegare le proprie convinzioni liberali e democratiche. E così via.

Grandi personaggi, esempi di quell’intransigenza di cui sembra proprio essersi fallata la matrice. La ragione per cui il carrierismo servilistico/opportunistico diventa qualcosa di più grave di una pratica: una visione del mondo e dell’apprezzabilità.

Fenomeno che ha innumerevoli padri, dall’incanaglimento a livello internazionale indotto dalle viltà della Guerra Fredda all’emergere nel quadro nazionale di un tipo umano da “borghese piccolo piccolo”; maturato nelle bonacce del Mar delle Antille di una politica sempre più consociativa e dunque spartitoria, poi nell’americanizzazione provincialotta promossa dalle televisioni commerciali. (iperconsumismo e ragazze pon pon per una bulimia compulsiva).

Quanti si rendono conto di come buona parte dei nostri mali traggano origine dall’involgarimento/imbarbarimento del costume nazionale faranno bene a unire le proprie voci in un coro dissenziente. In ogni occasione e in ogni luogo.