Se si considera veritiero l’aforisma vergato dal grande compositore e cantautore belga, Jacques Brel, “Il talento è solo voglia di fare qualcosa. Tutto il resto è sudore, traspirazione e disciplina” allora il gruppo che oggi andiamo a conoscere, The Talking Bugs, se ne trova in serbatoio davvero parecchio. Provenienti dalla Romagna, questi ‘insetti parlanti’ sono un quartetto che propone un pop raffinato e di gran gusto. Senza strafare, mescolano con sapienza stili dalle differenti provenienze, ricavandone un sound indie folk dal quale affiorano elementi che spaziano dall’elettronica al dream pop, ritmi balcanici, sonorità ispaniche e contaminazioni tex-mex. La band ha visto la luce grazie a Internet: è in rete, infatti, che si sono incontrati per la prima volta Alessandro di Furio (chitarra e voce), Paolo Andrini (contrabbasso), Fausto Ghini (chitarra classica e voce) e Youssef Ait Bouazza (batteria, percussioni). “Si parlava dello stesso ‘colore’ musicale, è venuto tutto in maniera naturale – racconta il cantante Alessandro di Furio –. Ci siamo da subito trovati bene e la musica che iniziavamo a comporre ci dava man mano la voglia di continuare”. Il 18 novembre è il grande giorno, quando uscirà il loro disco d’esordio intitolato Viewofanonsense. La cover non può non far pensare a una fuga di cervelli davvero molto particolare… Li abbiamo intervistati per conoscerli più da vicino.

Qual è il vostro background artistico?
Abbiamo quattro “storie” musicali differenti: Fausto suona la chitarra da molti anni e si interessa di composizione, sarebbe in grado di perdere nottate a leggere partiture. Paolo è quello di noi che suona da meno tempo, ma questo gli permette di essere più libero dalle gabbie del passato, sempre molto vicino anche alle altre “arti”, buona parte dei nostri video sono opera sua. Youssef macina musica sempre e suona tantissimo, collabora con molte formazioni dai generi più disparati, ha un amore viscerale per il ritmo e la batteria. Io (Alessandro) come chitarrista ho suonato in vari gruppi per poi sviluppare una passione per la creazione musicale più che per il singolo strumento.

Come è avvenuto il vostro incontro?
La nostra conoscenza è arrivata grazie a una comune necessità e a Internet. Paolo e Fausto già suonavano insieme e come me (Alessandro) stavano cercando qualcuno con cui provare a costruire qualcosa. Ci siamo trovati con un semplice annuncio. La necessità poi di aggiungere ritmica al terzetto acustico ci ha fatto incontrare Youssef. La fortuna ha poi voluto che il colore musicale fosse lo stesso.

Come mai avete deciso di chiamarvi The Talking Bugs? Qual è il significato del vostro nome?
Volevamo qualcosa di surreale e ci piaceva l’idea che “bug” avesse un doppio significato,come insetto o come bug in un software. In entrambi i casi il fatto che fossero parlanti “talking” donava la distanza dal senso reale.

Tra qualche giorno uscirà il vostro primo disco. Come state vivendo l’attesa?
C’è molto da fare per la promozione e questo ci occupa anche mentalmente, ma siamo contenti e abbiamo una gran voglia di buttarci nella mischia. Teniamo molto al disco e ovviamente per noi è importante che possa piacere a un piccolo o grande pubblico, siamo curiosi…

Quali sono le vostre ambizioni al riguardo?
Abbiamo cercato di rendere al meglio il nostro suono e crediamo nelle canzoni. La speranza che il nostro “mondo” possa piacere c’è, ci siamo impegnati molto nella produzione, ma vogliamo capire cosa siamo stati in grado di trasmettere. Sarebbe bello ci permettesse di suonare in giro ancora di più.

C’è una marcata eterogeneità nella vostra musica, ma a quale genere vi sentite più legati?
Ci piacciono molti generi diversi, si va dalla world music al jazz passando per l’elettronica più o meno raffinata. Quello che suoniamo diciamo che rappresenta il punto di intersezione.

Passiamo ai contenuti dell’album: di cosa parlano le vostre canzoni?
Un riferimento a stati d’animo o mentali e alla natura umana liberamente interpretabili, questo raccontano i testi. Volevamo che le singole frasi fossero in legame strettissimo con la singola parte musicale, magari evocative. Non diamo un giudizio, se sia riuscito o meno, ma di sicuro proseguiremo su questa strada.

Qual è il messaggio che vi piacerebbe passi a chi ascolti il vostro disco?
Probabilmente non c’è un messaggio. Ci piacerebbe che fossero visibili e percepibili le sensazioni che cerchiamo di trasmettere consapevoli che chi ascolta avrà percezioni tutte sue. Se chi ascolta il disco riuscisse a sentirsi rapito anche solo per pochi istanti, noi saremmo già molto contenti.

C’è un artista o band che vi ispira in particolare?
Non abbiamo una band di riferimento, ognuno ha i suoi preferiti. Siamo attenti a molti generi musicali. Paolo ascolta molto i Radio Dept, io (Alessandro) in questo periodo sto ascoltando gruppi come i Balkan Beat Box, Fausto è sempre molto vicino ai Beatles e Youssef al mondo del jazz.

La Rete è sicuramente importante, fondamentale, direi, nel vostro caso. Quanto invece ritenete importanti i social network?
Sono importanti è innegabile, come è importante la tecnologia che ha ridotto i costi per chi deve affontare una autoproduzione. Si può avere una visibilità che rende tutto un po’ più democratico, sarebbe veramente difficile senza. Siamo anche consapevoli di un contestuale alleggerimento del valore della musica e di un gigantesco ingorgo produttivo. Se poi siano responsabili o corresponsabili i social network e quanto…

Come pensate di promuovere il disco?
Lo stiamo già facendo appunto con i social network e grazie a qualche radio o webzine che ha visto qualcosa nella nostra musica, non da ultima Unomundo che ci sta davvero aiutando molto. Stiamo anche organizzando date in giro per l’Italia per promuoverlo nel modo che ci piace di più, con le persone.