Non regalate terre promesse a chi non le mantiene, cantava la Teresa di Fabrizio De André cercando l’orizzonte al largo di Rimini. Seduta a un Harry’s bar mai esistito guardava verso il mare. Lei figlia di droghieri, era stata sedotta da una città che di ombrelloni e speranze per il futuro aveva fatto un mestiere. Il sogno di una Rimini di mezza estate ha retto il colpo per generazioni. Non c’era mare brutto o clima afoso a fermare le ondate di turisti provenienti da tutto il mondo. Ora invece arranca sotto il peso della crisi economica e di un modello di divertimento che non è più competitivo. Battono Rimini il Salento, ma anche le Marche e i voli low cost per Barcellona. Vincono la Grecia e le isole Baleari, ma anche la Toscana e la Sicilia. La città di Fellini resiste aggrappata al turismo russo, che costringe i piadinari a cimentarsi con menù in cirillico, e che oggi rimane l’unico in grado di portare boccate d’ossigeno all’economia. Il solo che, con quasi 900 mila presenze in 9 mesi, porta conforto in statistiche costellate di numeri in perdita (3,3% di arrivi in meno da gennaio a settembre).

Video di Giulia Zaccariello

E allora chiedetelo agli anziani, ai vec’ seduti sul lungomare di ottobre cos’era la Rimini del Dopoguerra. Vi racconteranno di un Eldorado. Vi parleranno delle biancone, le ragazze che arrivavano dal nord Europa, e dei loro amori poco cerebrali e molto temerari con i bagnini romagnoli perditempo. Ed erano soldi che arrivavano. E stabilimenti che si allargavano. Anno dopo anno sono diventati vere e proprie miniere d’oro, accessoriate di tutto, dalla palestra ai campi bocce. Marchi di fabbrica della Riviera, sono passati di padre in figlio, sempre in mano alle stesse famiglie, grazie a un meccanismo di rinnovi automatici delle concessioni, di sei anni in sei anni. Le stesse famiglie che ora sono in guerra per difendere i propri fortini del turismo, da un nemico comune: Bolkestein.

È il nome di una direttiva del 2006, che porta la firma dell’ex commissario europeo per il mercato interno, l’olandese Frits Bolkestein appunto, e che impone di mettere all’asta gli arenili entro il 2015. Con il risultato di aprire il settore alla concorrenza e levare gli stabilimenti ai proprietari storici, 30 mila in tutt’Italia. In altre parole, l’Europa punta a scrivere la parola fine a un sistema imprenditoriale chiuso e circolare, che in Romagna ha trovato il suo terreno più fertile: solo nei 40 chilometri di costa riminese, da Bellaria a Cattolica, ci sono oltre 600 strutture, esclusi bar e chioschi. Per questo i bagnini romagnoli si sono uniti ai colleghi fuori regione e hanno costituito movimenti di protesta, al grido di “no alle aste”. E a Roma, nonostante una procedura d’infrazione aperta dall’Ue nel 2009, sembrano a volerli ascoltare. Pd e Pdl si stanno muovendo per aggirare le indicazioni di Bruxelles e continuare a garantire i lidi ai soliti noti. Tra le ipotesi sul tavolo c’è la cessione del tratto di spiaggia che comprende cabine e ombrelloni a prezzi contenuti, pensati su misura per chi le concessioni ce le ha già. Scrivi vendita e leggi svendita. Altro piano prevede invece delle gare, con criteri tali da avvantaggiare gli attuali proprietari delle strutture. Intanto, i balneari aspettano il 31 dicembre 2015 come l’apocalisse, pronta a rivoluzionare un sistema consolidato in nome del liberismo. Anche l’altra faccia del turismo romagnolo, quella che si mostra al calare del sole tra spritz e cuba libre, ha i suoi segni di cedimento. Delle notti brave e di quello che rimane sa qualcosa Ennio Sanese. È uno dei gestori storici del Carnaby, discoteca che quest’anno ha festeggiato il suo 45esimo compleanno. “Noi resistiamo grazie ai ragazzi stranieri, giovanissimi dai 16 ai 25 anni. Ma i numeri sono in calo anno dopo anno e se non si impara a differenziare l’offerta si muore”.

Per le strade di Rimini i pr distribuiscono volantini, cercano di attrarre clienti per serate a base di house music. Hanno a malapena 30 anni ma rimpiangono passati durati troppo poco, e che hanno lasciato qualche chiusura anticipata di troppo. Eppure per le scorse generazioni la via Emilia del sabato sera finiva a Rimini. Tacchi infilati in borsoni dopo il venerdì di lavoro, code in autostrada e weekend del divertimento. Raccontano di autobus stracolmi da Bologna, Reggio Emilia e Parma. Treni provenienti da Milano, Roma e Napoli. Luci colorate e cocktail, deejay da ogni angolo di mondo.

Poi però l’incantesimo si è rotto. Ci ha pensato la crisi economica e un errore tutto romagnolo: non sapersi rinnovare, convinti che in quell’occasione giocata anni prima ci fosse ogni soluzione. E gli ingressi dai 20 ai 50 euro, i drink non compresi nel prezzo e notti in albergo sempre più care. Ad aggravare la situazione ci si sono messi i continui cambi di gestione dei locali sparpagliati tra Rimini e provincia e problemi al limite della legalità. I nomi sono noti ai fan della vita notturna: il Peter Pan (chiuso nel 2006 e riaperto nel 2008) e il Paradiso (aperto al ritmo di nuove gestione prima nel 2007 e poi nel 2010). Seguono il Pascià, con due diversi proprietari tra il 2010 e il 2011, e il Prince, fallito nel 1998 e poi passato di mano in mano nel 2000, nel 2005 e nel 2011. I due locali storici potrebbero riaprire come nightclub con spettacoli di lap dance.

Il 2013 è stato l’anno nero di uno dei templi della vita notturna romagnola: il Cocoricò. La discoteca è stata sospesa dal 25 agosto al 15 settembre a causa di “episodi reiterati di microcriminalità e spaccio di droga”. Scena simile al 2011, quando furono messi i sigilli, dopo che un ragazzo diciottenne era andato in coma per aver assunto mdma. Orgoglio ferito di una vita notturna che arranca, resta il Pepenero di Riccione, storico nightclub famoso in tutta Italia. Chiuso dal 6 agosto per bancarotta fraudolenta, è finito all’asta. Entro il 20 di novembre si saprà chi saranno i nuovi proprietari. Base di partenza: 280 mila euro. Ma non basta la liquidità per ottenere il locale. Bisogna avere un certificato antimafia e poter garantire di non avere contatti con i vecchi proprietari, legati a loro volta al pregiudicato napoletano

da il Fatto Quotidiano di lunedì 28 ottobre 2013