Un giudizio ribaltato e un sospiro di sollievo. Corrado Formigli e la Rai non dovranno versare cinque milioni di euro alla Fiat, che invece dovrà pagare le spese legali dei due “rivali” per i processi di primo e di secondo grado. È la decisione presa dai giudici della terza sezione civile della Corte d’appello di Torino (Renata Silva, Enrico Della Fina e Tiziana Maccarone) nella causa del Lingotto contro il giornalista e la tv di Stato per il servizio di Annozero sull’Alfa Romeo MiTo

Il 20 febbraio 2012 Formigli e la Rai erano stati condannati a pagare un maxirisarcimento alla Fiat per il danno d’immagine e patrimoniale provocato da un video in cui l’Alfa Romeo MiTo veniva comparata alla Mini e alla Citroên Ds. Secondo il tribunale il servizio – andato in onda il 2 dicembre 2010 – era diffamatorio e aveva causato un calo delle vendite del modello. In appello l’azienda televisiva e il giornalista hanno cercato di ribaltare la decisione. Formigli, assistito dall’avvocato Natalia Ferro, aveva chiesto che fosse tenuto conto del diritto di cronaca e di critica e aveva chiesto di dichiarare nulla la consulenza tecnica del tribunale (redatta dall’allora rettore del Politecnico di Torino, l’ex ministro Francesco Profumo insieme ai professori Federico Cheli e Salvatore Vicari). La Rai, assistita dall’avvocato Francesco Spadafora, ha messo in dubbio che il servizio della trasmissione di Michele Santoro possa aver inciso sul calo di immatricolazioni delle Alfa MiTo. Inoltre ha chiesto di considerare che Formigli e la redazione, durante la preparazione del servizio e prima della sua messa in onda, avevano telefonato più volte agli uffici stampa di Fiat e al responsabile comunicazione della Chrysler per chiedere un’intervista a Sergio Marchionne e per invitarlo nello studio di Annozero, senza ottenere mai una risposta. 

Per i giudici “il comportamento tenuto dal giornalista Formigli (…) è del tutto lecito”. Nello stesso modo è conforme all’articolo 21 della Costituzione la critica del prodotto se “basata su considerazioni obiettive e verificabili”. Vanno bene anche le “sensazioni ed impressioni” suscitate dalla comparazione dell’Alfa Romeo MiTo con le altre auto e limitate ad alcuni aspetti della guida. “Il giornalista, specializzato o meno, può occuparsi del prodotto, parlarne, confrontarlo e giudicarlo, senza incontrare limiti di sorta a tale attività, se non quelli della verità dell’informazione, nei limiti in cui si tratti di dati obbiettivi e verificabili”. L’importante è che non ci sia un pregiudizio negativo e l’uso di espressioni offensive. E così è stato.

La Fiat – assistita dagli avvocati Franzo Grande Stevens, Michele Briamonte e Roberto Podda – “deve sopportare il giudizio non solo del consumatore, ma di chi intende informarlo”. Perciò la causa intentata dal Lingotto “non rispondeva ad alcuno di questi principi e si presentava dunque totalmente infondata”. Non manca una critica al giudice di primo grado che ha fatto fare una perizia “irrilevante” perché è andata ad analizzare “argomenti totalmente inammissibili” su ambiti diversi da quelli scelti dal giornalista, “il cui giudice in proposito, come per il produttore, non è il magistrato, ma il pubblico”. Inoltre la Corte d’appello sottolinea che il giudice non può “assumersi il compito di censore dell’informazione”.

Sul piano tecnico “non si vede cosa c’entrino la ‘confortevolezza dell’abitacolo e del posto guida, accessori, dotazioni di sicurezza, prezzo’”, temi usati dai consulenti per dare un giudizio globale delle vetture: “Formigli non era obbligato a sottoporre le tre auto a test complessivi”. È “certamente vero” quanto ribadito dal giudice di primo grado, cioè che l’attuale conduttore di “Piazza Pulita” ha avuto un’“attitudine lesiva della reputazione dell’auto nelle affermazioni”, ma “nessuna delle informazioni date nell’occasione era non veritiera” e per questo “non ha affatto ‘violato due volte la verità della notizia’”.