Oltre la questione default, previsto dal Tesoro USA per giovedì 17 ottobre, ciò che la crisi fiscale di queste settimane lascia alla politica americana è soprattutto una cosa: un partito repubblicano fuori controllo, rissoso, sotto il ricatto dei suoi gruppi più radicali, impegnato a rincorrere i vari Tea Party e think-tank conservatori, incapace di trovare una posizione comune. Nelle ultime ore lo speaker repubblicano della Camera John Boehner ha cercato di far votare ai suoi una risoluzione per riaprire il governo federale ed evitare il default – nella convinzione, come ha detto, che sia meglio “lanciare una granata che riceverne una”, e cioè che sia meglio agire prima del Senato, piuttosto che ratificare le scelte del Senato. Boehner ha fallito, i suoi non lo hanno seguito, e mentre la palla dei negoziati torna al Senato quello che resta è il suicidio politico del GOP.

“Suicidio politico” è in effetti il termine che molti commentatori negli Stati Uniti stanno usando per definire la strategia repubblicana. Il GOP ha infatti iniziato la battaglia sul budget prendendo di mira soprattutto un obiettivo: la riforma sanitaria di Barack Obama, il simbolo più detestato dai conservatori di tutta America. Alla fine della battaglia, il risultato è che la riforma sanitaria è ancora lì e il 1 ottobre ha iniziato a funzionare regolarmente, mentre il 74% degli americani disapprova il modo di agire dei repubblicani durante la crisi. Un risultato disastroso soprattutto per lo speaker Boehner, che non è mai stato una guida forte per il partito, che non è mai stato particolarmente amato dai conservatori – che gli rimproverano di aver ceduto alle richieste di Obama in almeno tre occasioni: il fiscal cliff, i fondi per l’uragano Sandy e il “Violence Against Women Act” – ma che in questa occasione è stato davvero scavalcato, disatteso, trascurato dai membri del suo caucus. “Temo per il futuro politico del nostro speaker, davvero non se lo merita”, ha detto il senatore Lindsay Graham, un repubblicano moderato e amico di Boehner.

Quanto successo nelle ultime ore è del resto un esempio perfetto delle pulsioni e aspirazioni che hanno governato il GOP in questo periodo. Boehner ha cercato di arrivare a un voto in extremis della Camera per evitare il default – per questo, per dare alla Camera il modo di trovare un accordo si erano interrotte lunedì sera le trattative al Senato tra Harry Reid e Mitch McConnell. Dopo alcune, convulse ore di negoziati, i repubblicani della Camera, quindi i suoi stessi colleghi, hanno detto no a Boehner. E gli hanno detto no dopo che l’Heritage Action, un potente gruppo conservatore nato nel 2010, aveva bocciato il piano di Boehner perché non legava la legge sul budget a una profonda revisione – leggi “cancellazione” – della sanità di Obama. Questo del resto è stato il punto di tutta la battaglia all’interno del partito negli ultimi mesi. Già ad agosto, durante una riunione con i membri repubblicani della Camera, Boehner si era detto contrario a legare budget e sanità, elencando i pericoli che la strategia poteva avere per il partito e per la situazione economica del Paese. Alla fine lo speaker ha però dovuto cedere sotto il peso delle pressioni che proprio l’Heritage Action, il Club for Growth e gli altri gruppi conservatori hanno esercitato per cercare, inutilmente, di cancellare la sanità di Obama.

Lo spostamento sempre più a destra dei repubblicani, la conquista del partito da parte dei gruppi più conservatori è d’altra parte un fenomeno non limitato al possibile default di questi giorni, ma affonda le sue radici in processi che durano da decenni. Se ancora negli anni Novanta il GOP poteva oscillare tra il moderato capogruppo al Senato Bob Dole e il ben più incendiario leader della Camera Newt Gingrich, oggi il partito è una galassia di gruppi, interessi, pulsioni impossibili da governare. I vecchi repubblicani liberali e moderati, nella tradizione dei “Rockfellers Republicans”, sono ormai spariti, come pure è in via di estinzione quell’establishment fautore di una politica internazionale forte e di una rigida disciplina di bilancio che aveva la sua base geografica nel New England, in California e negli Stati del Mid-Atlantic. Il partito è stato progressivamente conquistato dalla cultura dei repubblicani del Sud e del Centro, segnati da spinte religiose millenaristiche e da una implacabile avversione verso lo Stato federale. La polarizzazione politica e geografica della società americana, insieme all’opera di gerrymandering, di ridisegno dei confini dei collegi elettorali, ha fatto il resto. Oggi un collegio elettorale repubblicano della Camera è dell’11% più repubblicano che il resto del Paese. Questo significa che un deputato eletto in questi collegi può tranquillamente trascurare ciò che pensa il resto del Paese e deve piuttosto rincorrere le opinioni conservatrici della maggioranza dei suoi elettori.

Il progressivo franare a destra del GOP è ciò che in fondo ha segnato, e fatto fallire, i tentativi presidenziali di John McCain e di Mitt Romney, due politici nella tradizione del repubblicanesimo più moderato e di establishment, che però hanno dovuto fare campagna rincorrendo le spinte più radicali della propria base. Se ancora nel 1971 un repubblicano come Richard Nixon poteva dirsi “keynesiano” (oltre a fondare l’Agenzia per la protezione ambientale e avviare negoziati con Cina e Russia), oggi affermazioni e azioni di questo tipo verrebbero giudicate incredibili e inaccettabili da parte di un candidato repubblicano. Quello che la battaglia sul budget ha messo in crisi è tra l’altro proprio il tentativo del GOP di riposizionarsi in vista delle presidenziali 2016. Un sondaggio WashingtonPost/ABC di martedì mostra che il 76% degli indipendenti, il 74% dei maschi bianchi e il 73% degli anziani disapprova la politica dei repubblicani delle ultime settimane. Si tratta di tre gruppi fondamentali per qualsiasi candidato repubblicano che cerchi di entrare alla Casa Bianca. “La nostra è stata una politica insana”, ha commentato un deputato repubblicano, Peter King. O anche, appunto, un suicidio politico.