John Maynard Keynes credeva che il bene, come il colore verde, fosse comprensibile attraverso l’equipaggiamento mentale logico-analitico. Era convinto che la bontà di una risposta derivasse dalla chiarezza del quesito: una volta formulata la domanda esatta, chiunque può rispondere correttamente. Keynes si sentiva costretto a comprendere esattamente ciò che provava e affermava. A proposito dell’uomo e delle sue beghe – catena di seccature che gli intellettuali definiscono liricamente «storia» – le prime convinzioni dell’economista britannico mostrano l’appartenenza alla setta utopista dei miglioristi e l’adesione ai loro principi: continuità del progresso morale, affidabilità del genere umano, razionalità e indipendenza di giudizio dell’uomo. Non sapeva che la civiltà fosse «una crosta fragile e sottile creata dalla personalità e dalla volontà di pochissimi, e mantenuta in vita solo da regole e convenzioni abilmente imposte e astutamente preservate».

Poi Keynes cambiò idea. Crescere significa abbandonare l’esattamente, allontanarsi dall’ideale netto, accettare di comprendere non esattamente ciò che si prova e afferma. Tanto più un’idea è pura, tanto più aumenta la sua distanza dal reale e la sua incapacità di cogliere le vicende umane, troppo umane. In questo «troppo umano», vorticoso e abbacinante nella sua impurezza, il concetto astratto soccombe. Affermare l’essenziale razionalità dell’uomo significa essere superficiali, astratti, sommari e somari. Keynes abbandona le sue prime convinzioni e le lascia volteggiare nella forma di un’ironica nostalgia.

Cosa rimane dell’utopia migliorista dopo la prima guerra mondiale, la conferenza di Parigi del 1919 e il trattato di Versailles? Che ne è della ragionevolezza umana, se durante le trattative parigine, con presenti i potenti del mondo, l’unico valido interlocutore di Keynes era il delegato tedesco Melchior? Furono imposte durissime sanzioni alla Germania sconfitta, senza comprendere che l’impoverimento del cuore dell’Europa avrebbe condotto, come in un galileiano piano inclinato, all’accelerazione della vendetta: le disastrose conseguenze economiche della pace avrebbero contribuito al successivo trionfo del nazismo.

Il nitore dei paradigmi giovanili è macchiato dalla vita. La storia è scivolosa per l’iperuranio. Gli ideali della gioventù, come Wile il Coyote, sono troppo lenti per i Beep Beep fatti storici.

Nella formazione del giovane Keynes furono fondamentali i Principia Ethica di Moore e i Principi della matematica di Russell. La giovinezza è un po’ questo: trattare i principi etici alla stregua di principi matematici, utilizzare una speciosa aritmetica dei sentimenti. Tale algebra o geometria, applicata alla realtà, mostra in egual modo ingenuo candore e drammatica bancarotta. Ogni romanzo di formazione è la storia del fallimento di un’illusione: l’illusione di credere in uomini come Hoover e Wilson, che vogliono sì la pace, ma in realtà – spiega Keynes a proposito della conferenza di Parigi – devono vendere alla Germania la carne degli allevatori americani. «I sogni di Hoover pullulano di maiali, ed egli si dichiara pronto a tutto pur di scacciare l’incubo», pronto anche a sconfiggere, con stock di pancetta, il pericolo bolscevico in Germania.

Se le notti di Hoover brulicavano di porci, gli incubi degli europei pullulano oggi di economisti: sostenitori impliciti, al limite del fideismo, della razionalità del mercato e della continuità del progresso economico mondiale. Pur interrotta da piccole crisi, la globalizzazione – sostengono i credenti – raggiungerà una kantiana pax perpetua.

I teologi della finanza, per analfabetismo o malafede, ignorano che sotto la patina tecnocratica della borsa vige un’equivalenza: gli agenti del mercato sono uomini, persone che prendono decisioni minate dall’approssimazione empirica, da sensazioni e pregiudizi cognitivi, agenti dalla razionalità limitata e influenzabile dal modo in cui le informazioni sono strutturate. L’arbitrarietà della politica economica emerge dai termini con cui si esprime: paura, panico, crollo, shock, corsa. Nella prefazione alla sua Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Keynes notava quanto fosse difficile «sfuggire alle vecchie idee», le quali «ramificano in tutti gli angoli della mente». Vecchie idee come il laissez faire e la mano invisibile fanno capolino nella prassi politico-economica contemporanea. Le espressioni «dittatura dei mercati», «legge del mercato», «cosa dicono le borse» mostrano che si lascia fare ai mercati, in quanto essi hanno sempre ragione, almeno secondo l’opinione degli spregiudicati utopisti della ratio economica, faccendieri che hanno lo spread dalla parte del manico.

La mano invisibile schiaffeggia l’uomo e fa correre i mercati a briglia sciolta: impone la supremazia della speculazione sul benessere dei popoli. Che le vecchie idee siano onnipresenti è chiaro se ci domandiamo: è la politica che segue i mercati o sono i mercati che si piegano alla politica? Se il progetto della globalizzazione mira alla pax perpetua, la religione del mercato vira verso una pax finanziaria foraggiata dal sudore dei lavoratori.

La storia – Karl Marx – si ripete almeno due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. La pax perpetua e la pax finanziaria somigliano a una pax cartaginese, cioè all’imposizione di condizioni umilianti ai popoli. Keynes, in Le conseguenze economiche della pace, profetizzava: «Se miriamo deliberatamente a impoverire l’Europa centrale, la vendetta, oso predire, non si farà attendere». Oggi, come ieri, possiamo chiederci: cosa accadrà se miriamo deliberatamente a impoverire i popoli? Marx, nel 1848, intuiva che la preoccupazione del potere politico fosse l’amministrazione degli interessi della classe borghese. La classe politica, oggi, quali interessi amministra?